L’esito del G20 di Napoli non è stato quello che si sperava. Dopo lunghe trattative, i ministri dell’ambiente di 20 paesi hanno firmato un documento finale che sancisce l’impegno internazionale in ambito ambientale ed energetico, ma l’opposizione di Russia e Cina sui due punti salienti dell’accordo rende inverosimile il raggiungimento degli obiettivi inizialmente promessi. La decarbonizzazione entro il 2025 e il contenimento del riscaldamento globale sotto 1,5 gradi centigradi, unici due punti su cui non si è trovato un accordo, si sono, infatti, rivelati impegni troppo gravosi per Mosca e Pechino, economie fortemente dipendenti dai combustibili fossili, ma degli accordi sul clima senza questi due punti “mancano di sostanza e ambizione”, come hanno affermato gli attivisti di Avaaz, e rischiano di minare definitivamente il raggiungimento di obiettivi concreti al G20 dei capi di stato di ottobre e al Cop26, il vertice ONU sul clima che si terrà a Glasgow a novembre.

Alcuni paesi volevano andare più rapidamente di quanto concordato a Parigi e limitare le temperature a 1,5 gradi entro un decennio” ha affermato il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani al Sole24ore, “ma altri, con economie più basate sul carbonio, hanno detto di volersi attenere a quanto concordato a Parigi”. Gli accordi raggiunti non si discostano, infatti, da quanto previsto dall’accordo di Parigi del 2015, che prevede una riduzione del riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi centigradi, con l’UE impegnata inoltre nel raggiungimento della carbon neutrality entro il 2050, ma il timore che gli accordi del 2015 siano insufficienti per contrastare gli effetti del surriscaldamento globale si è ormai ampiamente fatto strada all’interno della comunità scientifica, diventata, di anno in anno, sempre più vocale sulla necessità di misure più stringenti, misure che erano attese come risultato del G20 in Italia.

La decisione sull’adozione di misure ambientali più stringenti passerà adesso ai capi di stato del G20 di ottobre, a Roma, ma la possibilità di un radicale cambiamento di direzione è inverosimile. Il problema di fondo è di natura sostanzialmente economica. “Sembra che non ci sarà nessun accordo di natura finanziaria”, ha affermato Oscar Soria, attivista della ONG Avaaz.org, “Il nord sta dicendo al sud che bisogna proteggere l’ambiente, il sud sta dicendo che ha bisogno di soldi per farlo, la presidenza italiana non si sta dimostrando molto abile nel mettere tutti d’accordo”. La questione era stata affrontata già nel 2009, quando diversi stati membri dell’ONU si erano impegnati a versare 100 miliardi all’anno, a partire dal 2020, per l’implementazione di misure ambientali nei paesi in via di sviluppo, ma l’obiettivo non è mai stato effettivamente raggiunto.

Secondo gli scienziati e attivisti del gruppo Paris Equity Check, sono molti gli stati che, dipendendo totalmente dai combustibili fossili, mineranno gli sforzi futuri nella lotta al cambiamento climatico. Il modello economico di Brasile Cina, Russia, Australia, Indonesia e Arabia Saudita è, infatti, al momento, incompatibile con l’obiettivo di un aumento massimo di 1,5 gradi centigradi in 10 anni, rendendo non inverosimile l’ipotesi di una variazione compresa tra i 2 e i 5 gradi centigradi nel caso in cui anche altri paesi non riducano le proprie emissioni, ipotesi che preoccupa fortemente la comunità scientifica.





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