Applicazioni e conseguenze dei possibili effetti terapeutici degli psichedelici, insieme alle eventuali forme di legalizzazione, sono temi sempre più sotto la luce dei riflettori nel panorama anglofono. Una rapida ascesa tra i media mainstream e nell’ambito imprenditoriale che secondo alcuni rischia tuttavia di commercializzare e stravolgere il potenziale trasformativo dell’intero fenomeno, riassorbendone i valori portanti a esclusivo vantaggio del paradigma dominante. Come già per certi eventi degli anni ’60, dalla controcultura al rock, dall’erba libera al pacifismo diffuso, gli attivisti denunciano certi tentativi di appropriarsene per poi ridurli a semplici beni di consumo da piazzare in qualche modo sul mercato. O comunque di co-optare e appiattire l’attuale incarnazione della cultura psichedelica privilegiandone i vantaggi individuali e l’aspetto del business.

Tra gli ultimi esempi in tal senso, un’ampia inchiesta di “Playboy” si è concentrata sulle possibili modalità di legalizzazione, mentre la “BBC” ha dato spazio ai “miracoli” delle microdosi e l’azienda farmaceutica Eleusis Benefit Corporation è super impegnata a commercializzarne i poteri anti-infiammatori. L’agenzia governativa Darpa, responsabile per lo sviluppo di nuove tecnologie per l’apparato militare e uno dei motori dietro l’avvento di Internet nei primi anni ’70, sta cercando di mettere a punto una speciale psilocibina per la depressione priva di “effetti collaterali significativi” (il classico trip). Su Netflix la nuova serie curata dall’attrice Gwyneth Paltrow, “Goop”, legata all’omonima azienda per prodotti e terapie poco convenzionali (e finanche controverse o fasulle) per il benessere quotidiano, ha dedicato un episodio alla sessione di alcuni suoi dipendenti con i funghi psicoattivi in Giamaica, dove lo scorso autunno è partito un centro di ricerca appositamente dedicato presso la University of the West Indies. In Canada, una start-up di questo settore emergente, Mind Medicine Inc., ha annunciato che a inizio marzo verrà quotata alla borsa di Toronto, puntando a raccogliere inizialmente qualcosa come 50 milioni di dollari. E a fine aprile è previsto a San Francisco l’ennesimo convegno internazionale, Psychedelic Liberty Summit, finalizzato a discutere il futuro della libertà degli psichedelici.

Esempi, questi, da cui emerge un quadro nient’affatto univoco che, per fortuna, non sembra inficiare i continui passi avanti sul fronte amministrativo-legislativo in diversi Stati degli Usa.

A metà febbraio si è tenuta a Denver, in Colorado, la prima riunione del Psilocybin Mushroom Policy Review Panel, che ha visto consiglieri comunali, autorità di polizia e attivisti antiproibizionisti riuniti nel salone municipale per avviare l’implementazione delle recenti normative locali sulla depenalizzazione dei funghetti magici. Un evento storico, così come lo era stato il referendum dell’estate scorsa in cui la maggioranza dei cittadini aveva decretato la “bassa priorità” per gli interventi repressivi nei confronti di maggiorenni coinvolti in uso, possesso e coltivazione a scopo personale dei funghi psicotropi. Grazie agli attivisti di Decriminalize Nature, questo percorso va sfociando in un centinaio di simili iniziative in ambito locale, mentre è in corso la raccolta firme per proporre un analogo quesito referendario a livello statale alle prossime elezioni di novembre, e in Oregon si sta facendo lo stesso per legalizzare la psilocibina a scopo terapeutico. Ma non basta. A metà febbraio 2020 anche le autorità comunali di Washington, DC, la capitale statunitense, hanno dato semaforo verde all’avvio del medesimo processo: se entro 180 giorni gli attivisti riusciranno a raccogliere 25mila firme valide, nella scheda elettorale del prossimo 3 novembre gli elettori potranno dire “Sì” a depenalizzazione di coltivazione e distribuzione personali di «piante o funghi contenenti ibogaina, mescalina o psilocibina». In tutte queste situazioni, la molla primaria rimangono i molteplici benefici psicoterapeutici prodotti da tali sostanze, ripetutamente confermati da pazienti, medici e studi soprattutto per chi è affetto da dipendenze, depressione, disturbo post traumatico da stress (Dpts), e altri problemi mentali. E la Food and Drug Administration ha appena garantito l’accesso alla terapia con l’Mdma per il trattamento del Dpts anche prima dell’approvazione definitiva prevista fra due anni, pur se ciò vale solo per i casi più gravi o quando le comuni terapie non hanno effetto.

Insomma, il pentolone psichedelico rimane in ebollizione continua ed è inevitabile che attiri pure l’interesse di entità di vario tipo e ideologia. Non sorprende perciò il fatto che, nel tentativo di evitare qualche eccesso di 50 anni fa, si cerchi di annacquare o eliminare la stessa forza trasformativa dall’esperienza psichedelica. Come rivelano alcuni degli esempi di cui sopra, vanno emergendo pratiche e soggetti poco scrupolosi tesi a strappar via «l’aspetto visionario (ovvero, psichedelico in senso letterale) dagli stessi psichedelici», mette in guardia la rivista online “Psymposia”. Chiarendo poi che queste operazioni di marketing mirano a suggerire, in maniera neppure troppo velata, che l’alterazione della coscienza prodotta da queste sostanze – la possibilità di spalancare le “porte della percezione” a livello individuale per poi innescare processi creativo-spirituali atti a migliorare la società tutta – vada in qualche modo annullata e ridimensionata per poterle oggi imporre (vendere?) a livello di massa. Lo scrittore Jesse Jarnow sottolinea invece che, pur se oggi gli psichedelici stanno diventando parte della cultura americana mainstream, «continuano a rimanere strani e visionari, dando vita a scenari imprevedibili e a nuove trame culturali direttamente connesse a influenti autori degli anni ’70 quali Philip K. Dick, Robert Anton Wilson e Terence McKenna». Nella speranza che i protagonisti, vecchi e nuovi, di quest’ampio scenario riescano a preservare e attualizzare al meglio le tante anime che, ieri come oggi, danno vita al variegato calderone psichedelico.





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