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Che strada prenderà l’innovazione? Per alcuni il futuro è già meccanicamente determinato e opporsi alla “naturale” evoluzione della tecnologia è un comportamento essenzialmente scorretto e antistorico. Secondo questa visione, condivisa da ideologi della Silicon Valley come Kevin Kelly, storico direttore di Wired, il destino degli uomini non è più deciso (se mai lo è stato) dal loro difettoso libero arbitrio: alla nostra specie non rimane che sottomettersi alla volontà delle macchine, assecondando i loro capricci senza contrastare la trionfale marcia della tecnica. Tutto questo può sembrare una banale speculazione figlia di una cattiva filosofia, eppure è proprio questa visione del mondo che si nasconde dietro molti dei discorsi dei teorici del nostro tempo. Chi si oppone rischia di essere etichettato come uno sporco luddista che rifiuta il progresso.

Ma almeno si troverebbe in buona compagnia, visto che alcune delle menti più lucide del pianeta condividono almeno in parte l’esigenza di una riflessione critica sulla tecnologia. Ma andiamo con ordine. La rivoluzione dei nuovi media è ormai in fase avanzata e il tempo in cui internet rappresentava l’ultima frontiera da scoprire e colonizzare si è ormai esaurito. Il modello della rete si è imposto sulle nostre vite e le tecnologie di comunicazione contemporanee hanno rivoluzionato vita privata, mondo del lavoro e gli spazi del tempo libero almeno altrettanto radicalmente di quanto avvenuto dopo la seconda rivoluzione industriale. Le stigmate di questo passaggio epocale si trovano nelle tasche, ma più spesso nelle mani, di quasi tutti noi. Mi riferisco agli smartphone.

Un luogo comune dei nostri tempi è ribadire con un certo compiacimento che ciascuno si porta dietro quello che almeno in teoria è un computer incredibilmente più potente di quelli che hanno permesso lo sbarco sulla luna. Tuttavia se quei computer venivano gestiti da uno staff di dozzine di ingegneri della NASA, i nostri telefoni non hanno che noi. Ma se anche si può affermare che da un grande potere deriva una grande responsabilità, non sembriamo preoccuparcene molto quando siamo impegnati a giocare a Candy Crush o a scorrere in modo distratto la bacheca di Facebook. Preferiamo un uso superficiale e inconsapevole della tecnologia, finendo per dare ragione a coloro che vedono nella sua cieca accettazione l’atteggiamento più saggio che oggi si possa avere nei confronti del futuro della società.

Eppure dietro l’innovazione ci sono sempre persone in carne ed ossa e, almeno alcune di esse, sono convinte che è possibile influenzare il progresso tecnologico o almeno controbilanciarne le spinte più pericolose. Tra essi c’è senza dubbio Elon Musk. Se ammirate o invidiate il potere di personaggi come Mark Zuckerberg, sappiate che la carica innovativa del CEO di Facebook praticamente scompare di fronte a uno come Musk. Classe 1971, di origini sudafricane, è figlio di una modella e un ingegnere. A 12 anni programma videogiochi e a 17 emigra in Canada giusto in tempo per evitare il servizio militare. Studia poi negli Stati Uniti economia e fisica per poi abbandonare la carriera accademica dopo appena due giorni dall’inizio del suo dottorato per seguire la sua vocazione imprenditoriale.

I suoi interessi vanno dall’economia digitale all’esplorazione del sistema solare, passando per le energie rinnovabili. Co-fondatore di Pay Pal, la celebre azienda poi acquisita da eBay che ha sdoganato i pagamenti elettronici, oggi è CEO di Tesla Motor, la realtà più innovativa e temuta nel campo dell’automotive, che vende avveniristiche auto di lusso alimentate a energia elettrica. Siede anche nel consiglio di amministrazione di SolarCity, il secondo produttore di energia solare negli Stati Uniti. Ma la sua creatura più ambiziosa è SpaceX: si tratta della più importante startup spaziale del pianeta ed è stata la prima azienda privata a far attraccare, nel 2012, uno dei suoi velivoli nella Stazione Spaziale Internazionale, l’attuale “casa” dell’astronauta italiana Samantha Cristoforetti. Elon Musk è uno dei più fervidi sostenitori della colonizzazione del sistema solare e, in particolare, dell’invio di una missione di esseri umani su Marte.

Tutto sta per cambiare, il futuro è ormai alle porte e Musk pone i prossimi 5-10 anni come il lasso di tempo in cui l’umanità potrebbe subire alcuni tra i cambiamenti più grossi della propria storia. Ma c’è una cosa che teme su tutto: l’insorgere delle intelligenze artificiali. In più interviste ha paragonato la ricerca in questo campo come il tentativo da parte di goffi apprendisti stregoni di evocare spiriti demoniaci.

Le intelligenze artificiali in un certo senso esistono già. I loro pezzi sono sparsi in giro tra startup e big player del settore. Il 2014 è stato un anno in cui sono stati compiuti alcuni passi che potrebbero portarci più vicini alla leggendaria “singolarità”, ovvero quel momento in cui le macchine saranno così intelligenti da poter gestire da sole la propria evoluzione. Google ha acquisito la startup inglese Deepmind per 400 milioni di dollari, che non sono esattamente pochi per un’azienda che non vede all’orizzonte il lancio di alcun prodotto o la creazione di utili. IBM ha invece aperto la sua intelligenza artificiale, Watson, al mondo degli sviluppatori, affinché possano trovare nuovi e creativi modi di usare il suo potenziale.

Musk è stato uno dei primi investitori di Deepmind, ma non per guadagnarci. Bensì per tenere d’occhio i suoi sviluppi, così da rimanere informato su quella che crede essere una minaccia superiore a quella delle bombe nucleari. Non è chiaro come interpretare i suoi avvertimenti. Quel che è certo è che la sua biografia fa davvero impressione ed è molto probabile che un giorno lo si ricorderà come una delle figure chiave del nostro periodo storico, sempre che le sue arcinemiche dal cervello di silicio non lo cancellino dai libri di storia, dando una volta per tutte ragione a chi crede che il progresso tecnologico sia qualcosa di necessario e incontrollabile.





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