Una delle più grandi paure degli attivisti e dei sostenitori della cannabis, che da anni lottano dal basso per vedere realizzato che dovrebbe essere un semplice diritto umano, è di svegliarsi, dopo anni di battaglie, per vedere la cannabis legale in mano a poche compagnie che si spartiscono il mercato.

E’ quello che è già successo in alcuni stati americani, dove le grandi aziende hanno fatto piazza pulita delle piccole farm a gestione famigliare, ma non è detto che il futuro della pianta più bistrattata della storia, che ora sta diventando anche la più remunerativa, debba andare così.

O perlomeno non è di questo avviso Ryan Stoa, professore di legge alla Concordia University, che ha scritto il libro “Cannabis artigianale, coltivazioni familiari e il futuro dell’industria della marijuana”, nel quale sostiene che in un mondo in cui la cannabis sarà legale, esiste una strada per fare in modo che l’agricoltura legata a questo vegetale possa rimanere sostenibile e locale.

L’idea di Craft Weed è iniziata quando Stoa ha iniziato a parlare di conflitto idrico nel nord della California, legato in particolare alla coltivazione di cannabis. Nella famosa zona dell’Emerald Triangle, quella a più alta concentrazione di grower nel mondo, l’acqua rappresenta un grosso problema, anche perché le risorse idriche erano state precedentemente “spartite” tra le grandi aziende vinicole californiane che lavorano più a sud.

“La cannabis, come industria, si sta evolvendo così rapidamente”, dice Stoa, “Come gestisci un sistema di diritti idrici quando gli utenti si trovano in questa area grigia legale?” Una volta che ha iniziato a esaminare questi problemi, Stoa ha scoperto che l’agricoltura della marijuana è in gran parte non regolamentata, il che significa che c’è molta confusione e un grande potenziale per i responsabili politici di plasmare il settore.

In un’intervista rilasciata a The Verge, il professore ha spiegato che “Con la legalizzazione si sta diffondendo l’idea  che il settore sarà dominato da una o due grandi società, come fanno Philip Morris e la Monsanto, ma qualcosa di diverso è possibile”. Secondo il professore questo non significa che non nasceranno delle big company nel settore o che non ci sarà un coinvolgimento delle corporation nell’industria della cannabis, che è inevitabile. Ma secondo Stoa :”Non penso che debba essere una completa e totale acquisizione. Nel mercato della birra ci sono piccoli birrifici artigianali che sopravvivono accanto alla grande industria, e penso che la strada possa essere questa”.

Secondo il professore il motivo è che la cannabis ha una grande varietà di genetiche che hanno differenti caratteristiche e che richiedono diverse tecniche di coltivazione. In secondo luogo, “c’è un grande interesse tra la comunità di coltivatori di marijuana e la base di consumatori nel vedere prodotti artigianali creati localmente. E in questo processo gli stati hanno un ruolo da svolgere. Si vedono già stati come la California che mettono un limite alle dimensioni alle coltivazioni di marijuana, dicendo essenzialmente che, se vogliamo legalizzare questo settore, dobbiamo diffondere i benefici a quante più persone possibile. Altri stati sono capaci di replicare quel modello”.

La strada da seguire potrebbe essere quella di adottare delle denominazioni come quelle per il vino: “Un altro stato sta usando un sistema di denominazione che rispecchierà essenzialmente quelli che abbiamo per il vino. Quindi, quando beviamo una bottiglia che dice “Napa” (la celebre Napa valley in California, ndr), puoi essere sicuro che proviene da Napa, ei produttori sono protetti perché gli altri non possono approfittare della loro reputazione affermando falsamente che proviene da loro. Potremo vedere lo stesso con la cannabis. In questo momento, in California, è stato stimato che ci sono circa 50mila fattorie di marijuana. (E, per fare un paragone, ci sono 3mila aziende vinicole.) Quindi non si tratta di cercare di creare un modello di agricoltura familiare dal nulla, ma di cercare di preservare lo sviluppo rurale già in atto”.





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