Siamo ancora agli inizi della ricerca sulla cannabis: dopo la scoperta del THC dei dottori Mechoulam e Ben-Shabat e l’identificazione del sistema endocannabinoide, e dopo che il Dr. Russo nelle sue pubblicazioni scientifiche ha spiegato il potere dei terpeni, l’effetto entourage e il funzionamento del sistema endocannabinoide, non ho dubbi che ci sia ancora molto da scoprire.

La comunità scientifica ha ormai dato per assodate le potenzialità dei componenti trovati nella pianta di cannabis e le ricerche, sempre più numerose, vengono pubblicate con più frequenza che mai, ma in realtà noi ne sappiamo ancora davvero poco. D’altronde, l’uomo ha ipotizzato che il mondo fosse piatto, fino a quando i grandi esploratori non circumnavigarono il globo senza cadere dai bordi del mondo. Ciò lo ha portato a rivedere le vecchie convinzioni, basandosi sulle nuove ricerche. Analogamente, quando si tratta di cannabis, noi stiamo aggiornando le nostre conoscenze e le nostre scoperte passo dopo passo.

I biologi delle piante differiscono a seconda della scuola di pensiero dalla quale provengono. Alcuni credono che la cannabis sia una specie singola, altri invece pensano che debba essere suddivisa in Sativa, Indica, Ruderalis e Afghanica. Dal momento che la cannabis è polimorfica, vale a dire che tutti i tipi di cannabis possono essere incrociati tra loro, il biologo dovrebbe classificarla solo in base alla composizione chimica. In tempi recenti, la distinzione Indica/Sativa – proveniente dalla comunità laica e non da quella scientifica – è stata ritenuta totalmente inutile per classificare la cannabis.

Fino a poco tempo fa, parliamo degli ultimi 15 anni, i test di laboratorio erano realizzati unicamente dalla polizia su quanto sequestrato ai contrabbandieri. Non si era mai visto qualcuno mandare ad analizzare la propria erba per misurarne il contenuto di cannabinoidi o ricavarne il profilo terpenico e la mappatura del DNA.

Senza test non è proprio possibile conoscere cosa c’è nella pianta e in che quantità e in pratica questo è il motivo per cui, nella nostra categorizzazione botanica della cannabis, essa è sempre stata indicata come C. Indica, C. Sativa, C. Ruderalis e C. Afghanica. La struttura delle foglie, la dimensione delle piante mature, la fragranza dei fiori e così via, ha portato tutti noi a riferirci agli ibridi in termini di percentuali di Indica, Sativa e Ruderalis… Qualcosa di davvero soggettivo, opinabile e inaffidabile. Tuttavia tale categorizzazione è stata presa come oro colato, dato che non avevamo altro modo per descrivere o classificare se non attraverso l’osservazione, un metodo decisamente poco scientifico. Visto che attualmente le leggi per distinguere la canapa dalla cannabis terapeutica si basano solo sui livelli di THC, la scienza ha rivelato che non bisogna descrivere la cannabis come Indica o Sativa, ma bisogna piuttosto fare riferimento al chemiotipo, cioè alla composizione chimica della pianta matura o del fiore.

La cannabis analizzata in laboratorio può mostrare sia un alto contenuto di THC che un alto contenuto di CBD, o la presenza di entrambi i cannabinoidi. Ciò ci dice in buona parte di che tipo di cannabis si tratta ma, per apprezzare appieno le complessità della cannabis, è necessario effettuare il profilo terpenico, così da attestare la comparsa di idrocarburi (composizione dei terpeni). Ciò permette di distinguere meglio gli effetti del tipo di cannabis che si utilizza. Alcune persone credono che le Indica siano più piccole e abbiano effetti rilassanti e che le Sativa siano più alte e producano uno sballo cerebrale, ma non è così. È stato scoperto che un livello alto del terpene mircene è responsabile di questo effetto sedativo o narcotico. Invece, dei livelli alti del terpene limonene tirano su e migliorano l’umore. Alti livelli di CBD agiscono come un analgesico e antiinfiammatorio versatile, mentre alti livelli di THC sembra che funzionino a meraviglia per coloro che soffrono di gravi problemi di gestione del dolore. Col tempo saremo in grado di spiegare i come e i perché di tutti questi meccanismi e percorsi.

L’effetto Entourage è stato paragonato a un’orchestra. Ogni strumento dell’orchestra rappresenta un componente come cannabinoidi, terpeni e flavonoidi. Ogni singolo strumento impreziosisce la musica con la sincronia e il tempismo, non importa che venga suonato più o meno forte. L’ampio spettro di tutti i componenti presenti nella pianta rende l’effetto medicinale completo. Dunque, per comprendere cosa è presente in ogni pianta specifica è imperativo effettuare sia il test sul profilo terpenoide che quello sui cannabinoidi. Soprattutto quando è evidente che fa miracoli per alcuni disturbi di salute.

La contrapposizione tra spettro completo e componenti sintetizzati (aggregati in forma pura per replicare un farmaco) ha delle limitazioni. Dato che non possiamo identificare tutti quei costituenti presenti in quantità molto basse in una pianta singola di cannabis, proprio a causa delle loro bassissime concentrazioni, tali componenti compariranno solo quando sono presenti in quantità rilevabili, come avviene per esempio in un’estrazione. In ogni caso, questi costituenti fanno parte dell’effetto entourage e sono altrettanto importanti nel contribuire alle proprietà della pianta.

La mancanza di cannabis testata in laboratorio ha mantenuto il mito della distinzione tra Sativa e Indica. È sorprendente notare come negli ultimi trent’anni e oltre, a nessun coffeeshop sia stato chiesto cosa ci fosse nei fiori che vendono. Almeno fino a che la gente non ha iniziato ad ammalarsi per via dei pesticidi utilizzati e inalati o per le infiorescenze essiccate impregnate di fibre di vetro per aumentarne il peso. Allo stesso modo, i venditori fuorilegge di prodotti contaminati potrebbero essere ancora liberi di vendere i loro prodotti in assenza di una regolamentazione.

Tuttavia, la situazione è cambiata grazie all’approvazione della cannabis light in diversi paesi. Ora i cloni, i semi e le infiorescenze hanno, per motivi legali, le carte in regola prima di essere acquistati. L’importanza della classificazione basata sulla composizione chimica oggi appare chiara, e viene applicata per mantenere i coltivatori in linea con le direttive, così come avviene per qualsiasi altro prodotto agricolo. Ad ogni modo, i nuovi problemi si trovano all’interno dei laboratori, ovvero su come vengono testate alcune sostanze chimiche e quali debbano essere gli standard di riferimento. La situazione migliorerà e si chiarirà tanto maggiore sarà l’uso della cannabis nei prodotti alimentari e negli e-liquid.

Mentre l’industria della cannabis sta dialogando con la scienza e con la tecnologia, relativamente alla classificazione scientifica della cannabis ci troviamo in una fase di transizione. Oggi le persone possono sapere cosa stanno utilizzando e possono identificare le sostanze chimiche che le aiutano per i loro problemi, ma è un processo in corso. Almeno sembra che alla fine saremo tutti d’accordo. Offrire prodotti che siano regolati ed etichettati con chiarezza secondo gli standard GMP sarà essenziale per raggiungere il grande mercato. La registrazione come Novel Food e le linee guida della FDA delle quantità massime e minime per dose di un prodotto, saranno misure equilibrate che permettono a prodotti regolati e uniformi di raggiungere il pubblico. Il tempo delle affermazioni che non possono essere testate è finito e questa è una manna dal cielo per coloro che si affidano a produttori responsabili. Il fatto evidente è che la composizione chimica della pianta di cannabis sarà il prossimo miglior metodo di classificazione.





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