Operatori disinfettano le strade di Gaza City per prevenire i contagi da coronavirus

Neppure la pandemia globale ferma i bombardamenti israeliani sulla Palestina. Tre notti fa l’esercito dello stato ebraico ha condotto attacchi aerei e di artiglieria contro postazioni di Hamas nel nord della striscia di Gaza. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa indipendente InfoPal, l’attacco avrebbe coinvolto anche l’utilizzo di droni con il lancio di almeno tre missili aria-terra mentre da un carrarmato sarebbero partito proiettili contro uno dei punti di osservazione militare del movimento di resistenza palestinese.

Secondo un portavoce dell’esercito israeliano l’attacco sarebbe stato una risposta al lancio di un razzo lanciato la sera prima dalla Striscia verso il territorio israeliano, ma caduto in un campo aperto senza determinare alcun danno a persone o cose.

Le tensioni non accennano quindi a diminuire, nonostante la minaccia del Covid-19 stia facendo temere un possibile disastro umanitario in quella sorta di prigione a cielo aperto che è la striscia di Gaza dove quasi due milioni di persone vivono in un lembo di terra dal quale non possono uscire se non dopo aver ottenuto un permesso ai check point militari gestiti dagli israeliani.

Operatori sanitari in azione in un mercato di Gaza

Nel caso il Covid-19 si propagasse con ritmi simili a quelli riscontrati nei paesi europei, secondo molti osservatori internazionali, a Gaza si andrebbe incontro a un’autentica catastrofe. Questo soprattutto per due ragioni. Nella Striscia due milioni di persone abitano uno dei posti più densamente abitati del pianeta, grande appena un nono della Valle d’Aosta, attuare misure di distanziamento sociale e contenimento efficace del contagio è praticamente impossibile. Inoltre il sistema sanitario di Gaza è assolutamente fatiscente, dotato di appena 70 posti in terapia intensiva e 60 respiratori.

Come se non bastasse la Striscia è cinta d’assedio da parte delle forze israeliane, che controllano e possono bloccare ogni tipo di merce diretta verso i territori palestinesi, inclusi ovviamente i farmaci e le attrezzature sanitarie. In un quadro del genere ogni possibilità da parte del governo di Hamas di dotarsi di apparecchiature efficaci per curare i contagiati passa quindi dal “buon cuore” del governo israeliano. Anche se, probabilmente, un contagio di massa a Gaza non converrebbe nemmeno ad Israele, visto che il virus ha già dimostrato di non fermarsi di certo di fronte a muri e confini.

19 marzo 2020, familiari di detenuti palestinesi protestano per chiedere misure contro il contagio nelle carceri israeliani

I casi ufficiali di coronavirus comunicati dalle autorità di Gaza al momento sono appena sei, anche se nessun affidamento può essere fatto su questi numeri, visto che le strumentazioni per effettuare i tamponi sono ridotte all’osso. Da una decina di giorni il governo guidato dal movimento islamico Hamas ha preso varie misure di contenimento fra cui la chiusura dei mercati scoperti, dei caffè, delle moschee e delle scuole, cioè i principali luoghi pubblici di ritrovo.

Una situazione potenzialmente esplosiva che testimonia una volta di più come le condizioni di vita alle quali sono costretti i palestinesi della Striscia siano gravissime, nel sostanziale disinteresse della comunità internazionale, che continua a permette ad Israele di portare avanti da oltre mezzo secolo una politica di apartheid.





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