Durante la pandemia gli USA, in genere ben forniti di antidolorifici, hanno sofferto mancanze di oppiacei necessari ad anestetizzare i pazienti intubati. Un motivo di questa preoccupante carenza è stato l’ordine della Drug Enforcement Agency di ridurre la produzione di medicine, fra cui morfina e fentanyl, come parte del suo tentativo di reagire alla crisi di abuso di oppiacei. Un’altra ragione sono stati i colli di bottiglia nella catena di produzione delle sostanze antidolorifiche di cui c’è bisogno.

Ma queste dolorose mancanze dovute alla pandemia – una tempesta perfetta di aumenti della domanda e rotture delle catene di produzione – hanno creato una situazione che, purtroppo, è spesso la norma nei paesi a basso e medio reddito. L’OMS descrive 12 medicine, che contengono sostanze sotto controllo internazionale, come “medicine essenziali” che dovrebbero essere disponibili per chiunque abbia bisogno. Anche in tempi normali, oltre il 75% del mondo vi ha un accesso ridotto o nullo, e la maggior parte della fornitura globale di morfina viene usata nei paesi ricchi.

Che fare? Il sistema internazionale di controllo delle droghe non aiuta. Molte sostanze controllate vengono regolarmente usate in medicina in aree diverse come analgesia, anestesia, salute materna e mentale, neurologia e cure palliative. Ma la filosofia alla base del controllo internazionale delle droghe dà ancora la priorità alla riduzione delle forniture delle sostanze che contengono “narcotici”. Ciò danneggia risposte che potrebbero migliorare l’accesso a sostanze di cui c’è bisogno medico, che sia attraverso migliori sistemi, formazione o costi più bassi.

Si spera che i colli di bottiglia sofferti dai paesi ricchi porteranno a un cambiamento. In molti paesi a basso reddito la mancanza di antidolorifici e medicine è endemica. Nei paesi più ricchi, anche se solo per un breve periodo, chi determina l’assegnazione delle risorse e la prioritizzazione dei programmi per i medicinali ha condiviso questo dolore. Pertanto, un percorso verso soluzioni pratiche può forse essere disegnato.

La nostra confusa relazione con gli oppiacei deve essere resa adeguata al ventunesimo secolo. La narrazione del ventesimo secolo, che ha demonizzato le droghe e le persone che le usano in modo ricreativo, ha fornito a molti politici punti facili. Ma è stato a spese di milioni di persone che hanno bisogno dell’accesso a medicine a base di oppiacei per il controllo del dolore, specialmente pazienti che subiscono operazioni e malati terminali di cancro.

Il problema non può essere risolto con la mentalità che l’ha creata. Intanto, codificare la dipendenza come un qualcosa di malvagio ha fallito nel bilanciare le politiche necessarie per assicurare forniture adeguate di medicine ai pazienti che ne hanno bisogno, con il desiderio di controllare quelle forniture per evitare che vengano indirizzate verso l’abuso. Vista in un altro modo, il bisogno di assicurare accesso adeguato alle droghe per fini medicinali e di ricerca è stato messo in secondo piano dall’ossessione di eradicare gli usi non medici. Così facendo si è creato dolore a molti innocenti vulnerabili.

La vera riduzione del danno comincia dalla periferia. Raccoglie le voci delle popolazioni più colpite, e poi si dirige verso i decisori politici. Il Covid-19 ha esposto la fragilità delle catene di rifornimento globali e ha rivelato molte faglie socio-economiche nei paesi ad alto reddito.

Dal 2014, insieme ai nostri colleghi della Global Commission on Drug Policy, ci siamo appellati per una revisione profonda del sistema internazionale di controllo delle droghe. Ciò rimane ancorato a un modello di controllo della criminalità e di polizia, piuttosto che un modello di salute pubblica, come dovrebbe essere.

Da allora molte voci ci hanno raggiunto per chiedere un cambiamento. Riconoscere che l’attuale sistema può agire da barriera all’accesso alle sostanze controllate e agli antidolorifici è un primo passo. Ma è solo un preludio ai passi concreti che devono venire successivamente.

Traduzione di un articolo del Financial Times firmato da Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda, presidente della Global Commission on Drug Policy





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