La prima volta che ho avuto un contatto con la canapa è stato a casa della nonna di Brescia. Andavamo a trovarla durante le feste di Natale e passavamo qualche giorno con lei prima di raggiungere gli amici in montagna. Io e mio fratello eravamo adolescenti e credo che anche lui ricordi con piacere gli anni di Cavalese, le lunghe sciate con almeno quindici coetanei e le serate nei sottotetti delle villette di montagna a giocare a carte o a “bottiglia”.

Dalla nonna dormivamo tutti e quattro, i genitori e noi figli, in una camera ricavata in un seminterrato, arredata con pesanti mobili in noce fine ‘800 e avvolta da un forte odore di naftalina. Mamma non era tanto contenta di passare quei giorni dalla suocera, io lo capivo anche se ero ragazzina, ma cercava di non darlo a vedere. Ricordo il letto matrimoniale perché, quando la nonna è mancata, l’ho ereditato. Le alte spalliere di noce allora mi incutevano soggezione. I due materassi di tessuto a strisce, di cui uno scricchiolava perché di crine di cavallo, erano così diversi da quelli di casa mia e quando mi ficcavo lì al calduccio delle trapunte di lana, avvertivo la ruvidezza delle lenzuola di canapa. Erano pesanti, di trama grossolana e con una cucitura in mezzo. Non il massimo del confort, ma resistenti per durare varie generazioni.

Molti anni dopo, alla morte di una zia zitella di mio marito, ci pervennero un paio di mobili e un po’ di biancheria del corredo che non era stata mai usata. Fra questa un rotolo di quelle che un tempo si chiamavano “pezze del marchese” e che altro non sono che i genitori degli odierni assorbenti igienici. Rotoli di tessuto molto fine e morbido largo quaranta centimetri da tagliare in quadrati. Siccome a me quel tipo di uso non interessava, ne feci strofinacci da cucina. Capii che era canapa dopo una ventina di anni quando ancora nuovi e dopo aver seppellito i coetanei, svolgevano il loro compito in maniera egregia, asciugando perfettamente anche i cristalli più fini ,senza lasciare neanche un pelucchio. Un po’ consunti, sembravano di lino. Ma perché non li fanno di canapa, mi chiedevo, sono migliori, asciugano meglio e durano una vita. Al mercato poi non si trovavano più quelli di cotone morbido e spesso, sostituiti da panni inservibili e idrorepellenti in cotone/poliestere, fatti in Cina.

La risposta a questa domanda me la diede dopo qualche anno Chiranjiwi, detto Ciro, che era il mio referente di Kathmandu all’epoca in cui acquistavo cashmere. Un uomo piccolino come sono i nepalesi, con una bella moglie e due ragazzini, molto impegnato a far fiorire la sua attività che aveva ereditato dal padre.

Già conoscevo la qualità degli scialli, che mi spediva su ordine; sceglievo misure e colori da una cartella che avevamo in comune, ma ora che lui aveva ampliato la produzione anche alla maglieria, la sua farm meritava una visita. Sbarcata in Nepal rimasi una settimana in sua balìa, aveva paura che mi mettessi in contatto con la concorrenza e non mi mollava un secondo. Giretti turistici, visite ai templi, a pranzo fuori o a casa sua ma sempre insieme, la sera poi provvedeva a riaccompagnarmi in albergo.

Fu in quella settimana che mi portò a vedere il luogo delle cremazioni… In una valle stretta, dai fianchi molto scoscesi ricoperti di fitta vegetazione punteggiata da tetti di numerosi piccoli templi, si vedeva, in fondo, il fiume con i gat e le pire funebri, di cui una ancora fumante. Nella valle aleggiava una nebbiolina bianca dall’odore acre di carne bruciata. Lo associai a quello dei lager nazisti. Lì per lì mi sembrò una scena macabra, ma man mano che scendevamo verso il fiume, la visione cambiava assumendo contorni di pace e serenità. I parenti intorno alla pira ormai spenta chiacchieravano amabilmente e, mentre un inserviente spingeva con una specie di rastrello i resti inceneriti del corpo nel fiume, i bambini si tuffavano per cercare qualche pezzetto di cranio da tenere per ricordo del defunto. Tutti, poi, lanciavano coroncine di fiori.

Credere nella reincarnazione aiuta molto.

Un giorno che ero a casa sua per pranzo notai un set di tovagliette all’Americana di un tessuto molto bello, la trama un po’ larga, color corda, rigido ma nel contempo morbido al tatto, scivoloso.
Ciro dissi, che tessuto è? Wonderful, lo voglio subito. Già immaginavo caftani fruscianti ricamati sul davanti, o pantaloni morbidi con casacche dal collo a pistagna. Ciro rideva nel dirmi che no, non era possibile, quella era hemp, canapa, e non si vende. Perché non lo posso avere? Eh mia cara la canapa non conviene, costa poco e dura troppo, se compri queste tovagliette non ne acquisterai più e io ti perdo come cliente almeno per dieci anni, tu devi comprare questa, e me ne mostrava una di molle cotonaccio indiano da esportazione. I manufatti di canapa sono solo commerciabili sul posto. Noi siamo tradizionalisti, voi dovete consumare.





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