Un nuovo studio condotto dall’Università di San Paolo ha scoperto che il CBD sperimentato come un antidepressivo nei topi, ha avuto un’efficacia rapida e di lunga durata.

Secondo il nuovo lavoro, pubblicato sulla rivista medica Molecular Neurobiology, il cannabidiolo ha avuto successo nell’indurre effetti antidepressivi rapidi e sostenuti quando testato sui roditori.

I ricercatori hanno scoperto che questo effetto antidepressivo si è verificato entro un’ora da un’unica somministrazione di CBD ed è continuato per una settimana, una risposta considerevolmente più efficace rispetto agli antidepressivi convenzionali.

In un altro studio sui roditori, gli stessi ricercatori avevano appurato che il CBD contribuiva a migliorare l’efficacia degli antidepressivi tradizionali e sembra che l’uso del CBD in combinazione con antidepressivi tradizionali (come la fluoxetina) potrebbe comportare l’uso di dosi più piccole senza ridurne l’efficacia. Questa scoperta ha mostrato che il CBD potrebbe lavorare per ridurre gli effetti collaterali degli antidepressivi tradizionali senza compromettere l’efficacia.

Mentre sono necessarie ulteriori ricerche prima che il cannabinoide possa essere definitivamente raccomandato come trattamento per la depressione e le malattie mentali, compresi i trial sui pazienti, i risultati di questi rapporti indicano un futuro in cui il CBD potrebbe essere legittimato come un trattamento efficace.

In tutto questo non bisogna dimenticare che un recente studio scientifico aveva associato l’uso giovanile di cannabis ad alti livelli di THC alla depressione in giovani adulti: vale la pena tenere in considerazione questo nuovo studio, in cui il CBD sembra avere l’effetto opposto.

Una maggiore comprensione del fenomeno può arrivare da un altro studio, effettuato da ricercatori tedeschi, danesi e brasiliani e pubblicato su Neurochemistry international. Secondo questo recente lavoro la depressione nei ratti potrebbe essere causata da un livello più basso dell’endocannabinoide 2-AG nella parte sinistra dell’ippocampo e della corteccia prefrontale rispetto a un gruppo di controllo.

 

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