ilCasoGenchi_500Da quando Berlusconi denunciò da Olbia, nel corso della campagna elettorale regionale in Sardegna, quello che definì: “Il più grande scandalo della storia della Repubblica”, molti hanno imparato a conoscere l’uomo che di quello scandalo sarebbe il responsabile. Il “grande orecchio”; “lo spione”; “l’intercettatore folle”; un “pericolo per la sicurezza democratica”. Tutte definizioni necessarie a spianare la strada all’imprecisione, all’approssimazione che crea confusione e disinformazione. E’ bastato dire che aveva “intercettato più di 350mila persone”, ripeterlo su giornali e tv per settimane, ed ecco servito il mostro.

Lui, Gioacchino Genchi, poliziotto da vent’anni risorsa preziosa per gli sviluppi più determinanti di alcune delle più importanti inchieste giudiziarie, ma non solo, è stata una sorpresa tutto quel clamore mediatico. Per lui che non era abituato né alle interviste, nè alle prime pagine dei giornali. Eppure di giornalisti che conoscevano l’importanza del suo lavoro ce n’erano in ogni grande giornale. Qualcuno fa anche finta di non conoscerlo mentre, nel descrivere così minuziosamente la sua attività, confonde i tabulati con le intercettazioni. I record con le conversazioni. Le consulenze con le indagini di polizia giudiziaria. Ma quando si caccia dentro la maledetta indagine condotta da un magistrato in servizio a Catanzaro capisce presto che l’ingranaggio avrebbe fatto fuori chiunque avesse cercato di farlo saltare. Parliamo dell’indagine Why Not che vede coinvolta, in Calabria, una fetta consistente di politici di ogni partito. Maggioranza ed opposizione che tra le carte dei fascicoli diventano una cosa sola. Una nuova P2. Più potente e raffinata che non ha bisogno di infiltrare e non persegue nessun disegno di ribaltamento dell’assetto istituzionale. Imprenditori, mafiosi, massoni, prelati, magistrati, politici e giornalisti che mettono le mani su un mare di finanziamenti pubblici di marca UE necessari allo sviluppo di una regione ad Obiettivo 1 (definizione usata in luogo di “sottosviluppata”) e che hanno sviluppato solo carriere politiche e conti correnti. E Gioacchino Genchi capisce che l’ingranaggio li avrebbe fatti fuori, così come accaduto, quando analizzando i tabulati telefonici dei personaggi indagati saltano fuori, tra tanti, alcuni nomi che aveva impressi nella memoria. Li aveva visti e studiati in un’altra inchiesta.

Di quindici anni prima. Quella sulle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone prima e Salvatore Borsellino dopo. Uomini che hanno indossato la divisa passando per i Servizi Segreti e finendo in altre amministrazioni dello Stato indenni da ogni coinvolgimento e sorpresi ancora lì a tirare i fili. Gioacchino Genchi, per conto dell’Autorità Giudiziaria, negli anni della sua attività ha fatto sempre e soltanto un’attività. Molto complessa e delicata. Ma allo stesso tempo decisiva per individuare colpevoli e scagionare innocenti. Quella che ha imparato armeggiando con i computer. Esperto di informatica, ma con una laurea in legge. Una carriera in Polizia preferita a quella, più redditizia e prestigiosa, di avvocato del Foro di Palermo. Incrociare i dati di traffico di un’utenza telefonica progettando e realizzando un sistema di calcolo basato sull’incrocio con i luoghi e date in grado di ricostruire contatti spesso negati o presenze mascherate con falsi alibi. A Catanzaro ha scoperto il “sistema” in cui giudici e indagati, destra e sinistra, guardie e ladri si facevano la guerra di giorno e cenavano assieme di notte. Così in Poseidone, l’inchiesta sulla fine dei soldi per la depurazione in Calabria spariti nel nulla. Così in Why Not, che fa luce sui meccanismi di approvvigionamento della forza lavoro per enti pubblici come la Regione Calabria. Ed a Potenza, con “Toghe Lucane”. Il corto circuito dello Stato di Diritto. Chi ha toccato quei fili è morto. Almeno professionalmente. Magistrati trasferiti o espulsi dalla magistratura. Incarichi revocati. Militari spediti altrove. Genchi indagato per reati non commessi o, addirittura, non previsti dalla legge. Ma è rimasto a guardare. Limitandosi a rispondere agli attacchi diretti. Prima con un blog, poi con le interviste. Ma quando Genchi ha ricevuto l’ultimo smacco dalla cosa per la quale ha sempre sacrificato tutto, famiglia compresa, la Polizia di Stato che lo ha sospeso per 6 mesi, la stessa Polizia che ha promosso i responsabili dei massacri del G8 di Genova, ha capito che era il momento di raccontare tutto. E lo fa con un libro dai contenuti inediti ed inquietanti al tempo stesso. Gli elementi raccolti nelle più difficili indagini contro Cosa Nostra. Ma anche nelle indagini su Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro, Tangentopoli, le “scalate” bancarie. Un libro, scritto da Edoardo Montolli per Aliberti Editore, che ricostruisce la vita di uomo spesa per lo Stato corsa su unico filo rosso che collega la storia italiana degli ultimi anni. Dalle orgini della seconda repubblica, con le stragi di mafia che “normalizzano” il clima politico squassato da “Mani Pulite” fino ai giorni nostri. Dalla prima P2 di Licio Gelli alla nuova P2 tra Catanzaro, Roma e San Marino. L’uomo, il poliziotto, il consulente. Si raccontano e riscrivono la storia. Oltre novecento pagine fitte di dettagli inediti e particolari che nè i giornali e nè le tv hanno mai raccontato. “Il Caso Genchi – Storia di un uomo in balìa dello Stato”. Una boccata di verità in un’epoca fatta di fiction.

 





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