12377983_945103185569401_9151490432945119689_o“Buongiorno, cavallo. Come butta?”. George sorride, oramai ci ha fatto il callo a questo nomignolo che lo trasforma in una bestia. Per un po’ c’era rimasto male. Un cavallo è una bella bestia, d’accordo, ma è pur sempre un animale. Poi, un giorno, Louis, uno che ha studiato, gli ha raccontato che gli uomini cavallo erano delle divinità. In qualche posto in Europa.

E da allora sorride. E poi, accidenti, un po’ cavallo ci si sente. Provate voi a tirare con il solo vostro corpo una carretta carica che sembra una montagna. George è haitiano, ha la pelle scura, sempre lucida per il sudore, e questo è l’unico lavoro che ha trovato.

Trasporta merci da un punto all’altro di Port au Prince, la capitale, e anche se alle volte sembra che il cuore se ne voglia andare per fatti suoi per l’immane fatica, spera sempre di trovare al ritorno un altro carico. E sorride pensando a Marie Alexandre che la sera lo aspetta a casa con i suoi due bambini. Finché ci sono loro, vale la pena sudare come un cavallo e sorridere.

A Mae manca l’aria. Oggi in fabbrica non si respira proprio. Il caldo è infernale e già alcune sue compagne di lavoro sono svenute. “Resisti, resisti…” mormora continuando a cucire.

Mae sa bene che quelle che svengono poi il lavoro lo perdono. Se non subito, al momento del rinnovo del contratto. I padroni tengono solo quelle che non creano problemi alla produzione. 10, 12, alle volte 14 ore di lavoro al giorno per poco più di 100 dollari al mese. Un niente, ma per Mae quel niente è tanto.

Ci vive con quelle briciole e fa vivere sua madre che per l’essere tanto malata certo non può lavorare. Ogni giorno al risveglio Mae sorride. Addirittura prega che sia un giorno da 14 ore. Qualche soldo in più, da mettere da parte per aggiustare casa che sembra cadersene da un momento all’altro.

“Non mi interessa! Non mi rompa più i coglioni!”. Federico chiede scusa e attacca subito un’altra telefonata. E’ la regola del call center. Vietato pensare. E’ perdita di tempo. Eppure lui alle volte si ferma, lo fa lo stesso. “Ma che gli ho fatto a questo? Come si permette?”. E gli arriva un altro vaffanculo, quello del capetto di turno.

“Se non hai voglia, se non ce la fai, la porta sai dov’è”. E giù a urlargli che c’è la fila fuori ad aspettare che lui se ne vada. Federico ha una laurea ed aveva dei sogni. Li aveva, si son persi giorno dopo giorno, vaffanculo dopo vaffanculo. Gli è rimasto solo un obiettivo. Stringere i denti e mettere da parte i soldi per il master.

Senza il master il mercato del lavoro è avventura impossibile, un calla center perpetuo. E li stringe eccome i denti del suo orgoglio ferito. Almeno fino a sera. Quando esce sfinito da quella bolgia, appena volta l’angolo urla al cielo. Una filastrocca di maleparole. All’indirizzo del capetto e di mille sconosciuti. E ride come un pazzo.

La gente come George, Mae e Federico è l’assoluta maggioranza del nostro mondo in cui i diritti sprofondano alla velocità della luce. Giorno dopo giorno. Una maggioranza che non conta mai e se possibile sempre meno. Sono loro che, tirando le più pesanti e orrende carrette, resistendo, fanno andare avanti la vita in ogni angolo del pianeta.

Respirano ingiustizia, sudano dolore ed oppressione, eppure sorridono. Milioni di uomini e donne che ogni santo giorno si inventano una ragione di vita, ma intanto sopravvivono, a stento.

Alle volte ne sento il rumore. Sembra un canto, il più bello di tutti, il più triste di tutti. Il canto degli oppressi. Milioni e milioni di uomini e di donne divisi da confini inesistenti, da bandiere e inni scoloriti e senza senso. Infinite anime separate e contrapposte da bugie studiate a tavolino. Competizione, concorrenza, mercato, religione.

Mille false ragioni per farne carne da macello e continuare a vivere alla grande sulle loro povere spalle. Eppure sorridono per le stesse ragioni. I figli, l’amore, la scuola, la salute, l’avvenire, la casa, le vacanze, domani è finalmente festa.

Nonostante colori di pelle diversi, culture differenti e le tante bugie. Fondamentalmente uguali, senza però una lingua comune che gli permetta di riconoscere questa semplice verità.

Ed allora sogno che il loro canto, il canto degli ultimi, si trasformi in rabbia, che divenga un canto corale, che abbandoni la pazienza e si riappropri dei sogni. E trasformi il mondo restituendolo ai suoi veri padroni che ancora oggi, oscenamente, ne sono invece gli ultimi. Scoppierebbe la giustizia, fiorirebbe la pace, si colorerebbe il cielo. Sorrideremmo insieme come passeri dopo la tempesta.





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