img1Nei giorni in cui scrivo ho visto in rete un breve video pubblicato da Repubblica che mostrava alcune immagini dell’ultimo processo nel quale Renato Vallanzasca sedeva sul banco degli imputati, accusato di aver rubato delle mutande in un supermercato.

Chi ha la mia età si ricorda del personaggio, tristemente famoso negli anni ’70 per le sue gesta criminali e negli anni a seguire per le sue rocambolesche evasioni ed i suoi flirt con la propria avvocatessa. Quelli più giovani probabilmente lo conoscono attraverso i racconti e le fiction realizzate sulla sua vita. Vallanzasca è stato, suo malgrado, l’icona di un’epoca. 
Erano gli anni di piombo e qualche “bandito comune”, una volta arrestato si dichiarava prigioniero politico, ma quando un giornalista lo chiese a Vallanzasca, la sua risposta fu: «Non dica cazzate».

Oggi ha 64 anni, 42 dei quali passati in carcere, gli ultimi in regime di semilibertà.

Proprio in regime di semilibertà si è reso protagonista della vicenda che lo ha portato in Tribunale, accusato di taccheggio per aver rubato un paio di mutante in un supermercato.

Non posso sapere se abbia o meno commesso il reato ascrittogli, ma vorrei proporre qualche riflessione. Se Vallanzasca, dopo 42 anni passati in carcere ed a pochi mesi dall’accesso ad altri benefici che avrebbero reso il suo residuo di pena più morbido, avesse veramente commesso il furto, sarebbe la dimostrazione palese dell’inefficacia in termini rieducativi (previsti nella costituzione) del nostro sistema carcerario.

Se non lo avesse commesso, sarebbe la dimostrazione palese dell’inettitudine del nostro sistema giudiziario, che per coprire le proprie lacune, si limita all’accanimento vendicativo nei confronti di un personaggio che ha rappresentato il male nell’immaginario collettivo.

Entrambe le ipotesi non fanno onore ad uno stato di diritto.

Ma se Vallanzasca, dopo 42 anni di carcere avesse commesso il furto perché si fosse trovato in condizioni di necessità, sarebbe ancor peggio, poiché significherebbe che il sistema non è in grado di rimettere in circolazione nessuno degli ex carcerati in condizioni tali da provvedere ai propri bisogni primari, se non gli lascia in tasca nemmeno i soldi per comprarsi un paio di mutande. Sarebbe facile far paragoni tra il bandito Vallanzasca, che ha rubato ed ammazzato al di fuori della legge e scontato la condanna inflittagli, e tutti coloro (tanti) che perpetrano crimini equiparabili ai suoi all’interno del sistema che li pasce e li protegge, ma non servirebbe a niente. Forse per un sistema giudiziario prima e carcerario poi, come quello del nostro paese, il bandito più comodo è quello che va ad ingrossare le tristi statistiche dei suicidi in carcere.

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