Per la 14° edizione italiana la Million Marijuana March ha pure coniato un neologismo: Umanopolio. Cioè il diritto degli umani ad avere il monopolio sui beni comuni, che devono essere patrimonio della umanità e non cedibili ai mercati. La nuova edizione della M.M.M. Si terrà il 10 maggio a Roma, con ritrovo fissato per le ore 16 in piazza Partigiani e fine prevista alle 23 in piazza San Giovanni. Nel mezzo, come sempre, dai carri si alterneranno musica e interventi. Dei contenuti e della manifestazione ne abbiamo parlato con Mefisto, storico organizzatore della Million Marijuana March italiana.

Perché come slogan del corteo è stato scelto “nè con le narcomafie né con le multinazionali”?
Siamo in un momento storico in cui la situazione sta cambiando rapidamente. Da una parte abbiamo il proibizionismo e chi lo difende nonostante i suoi danni, dall’altra le multinazionali del tabacco e le lobby farmaceutiche che premono per sostituirsi alle narcomafie in questo business gigantesco. In pratica puntano a sostituire il monopolio attuale – gestito dalle narcomafie e fondato sul proibizionismo – ad un monopolio di poche multinazionali, che comunque si basa su un’altra forma di proibizione: il divieto dell’autocoltivazione, con l’obbligo di acquistare la cannabis da pochi privati dotati del permesso di coltivare e vendere.

Credete sia un rischio reale?
Il modo in cui si stanno evolvendo le cose ci fa capire che lo è. Basta vedere cosa è successo in Canada, dove dal primo aprile è stata revocata la licenza di coltivazione a tutti i privati che l’avevano. Si parla di 400 permessi, ma molti di questi erano permessi collettivi a cannabis social club, quindi erano 400 permessi che permettevano la coltivazione per migliaia di persone. Ebbene, il governo gli ha intimato di consegnare semi, attrezzature e raccolti precedenti, ed ora ha affidato il permesso di coltivare cannabis a sole 5 industrie private. Anche le legalizzazioni in atto in vari stati degli Usa vanno in questo senso: togliere il mercato alle mafie per affidarlo agli interessi di pochi privati.

Cosa intendete per “umanopolio”? 
Si tratta di un concetto che prevede che la cannabis, come tutte le piante e i beni comuni, debba essere beneficio degli umani, e non di mafie e multinazionali. Sia chiaro, non si tratta di essere fondamentalisti. Ci può essere anche il commercio, o i “coffee shop” gestiti da imprese private, ma deve essere salvaguardato il diritto alla coltivazione per tutti. Come per il vino: te lo puoi coltivare da solo o con un gruppo di amici, liberamente, oppure puoi scegliere di andare da un commerciante a comprare quello prodotto industrialmente. Chiediamo che la cannabis sia legalizzata allo stesso modo.

Appoggiate qualcuna delle proposte di legge sulla cannabis depositate in parlamento?

Nessuna ci entusiasma. Alcune delle proposte presentate secondo noi non vanno nella direzione giusta. Come quella del Movimento 5 Stelle che prevede la coltivazione sia possibile solo dietro registrazione, tassazione e permesso governativo revocabile. Una misura che si presterebbe a favorire ciò che sta accadendo in Canada. La “meno peggio” tra le proposte è quella di Daniele Farina di Sel, che però comunque non risponde a tutti i punti che secondo noi dovrebbero essere presenti nella nuova legislazione.

Quali sono questi punti chiave?
Il diritto a coltivare un numero di piante che sia preciso e stabilito chiaramente. Il diritto a delegare la coltivazione delle proprie piante ad altri (per chi ad esempio non ha a disposizione uno spazio per coltivare, e non vuole esporsi). La possibilità di aprire cannabis social club senza scopo di lucro, come in Spagna. E la presenza di controlli di qualità per le coltivazioni a scopo commerciale, dove si verifichi che le coltivazioni siano biologiche; una questione fondamentale in quanto la canapa è una pianta fitodepuratrice che ha grande capacità di assorbire le sostanze del terreno, e in più viene fumata e quindi l’organismo non la filtra prima di mandarla in circolo. Pensate quindi a quali rischi per la salute avrebbe della cannabis coltivata in terreni contaminati.

 





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