I social media sono un’arma molto potente che ha cambiato profondamente il concetto di comunicazione. L’informazione oggi circola rapidamente, dando voce a tematiche che fino a qualche anno fa avevano poca visibilità. Editori e giornalisti hanno monitorato i fruitori dei social per capire quali fossero le notizie che “tirano”. L’argomento più dibattuto? I diritti degli animali. Molte testate importanti, cavalcando l’onda, hanno cominciato a dargli spazio, prendendo spunto da sconosciuti blogger. Dobbiamo, dunque, ringraziare loro, gli attivisti e i social, se battaglie come quella di Green Hill sono arrivate in prima serata su “Striscia la Notizia”. A colpi di click, tweet e condivisioni, questi nuovi mezzi di comunicazione hanno portato maggiore consapevolezza, ma la consapevolezza, mi chiedo, si sta davvero trasformando in cambiamento? C’è un rovescio della medaglia?

A mio avviso, i social stanno lentamente uccidendo il vero attivismo. Inizialmente, strumenti come facebook hanno consentito a migliaia di persone di unirsi per una causa comune, muovendo grandi masse. Un esempio? La più grande manifestazione nella storia dell’attivismo animalista avvenuta nel 2010: 10.000 voci, con rabbia e indignazione, hanno detto NO alla sperimentazione animale. Dov’è finito oggi l’urlo di chi non si arrende? Sembra ci sia un assopimento generale. I media ora parlano continuamente dei diritti degli animali e, anche se c’è maggiore consapevolezza, le notizie o le campagne non sembrano avere un impatto reale. Il successo non si misura dai click o dai tweet. Non dobbiamo pensare che un hashtag risolverà qualcosa! Per fare la differenza, è necessario intraprendere azioni mirate.

È vero che molte informazioni censurate dalla stampa circolano liberamente sui social, ma è altrettanto vero che le notizie acquisite vengono spesso dimenticate con la stessa velocità con cui sono lette. Se la durata di un tweet è di 18 minuti, quanto dura una protesta sui social? La modalità di fruizione di questi strumenti non favorisce la riflessione. Ci spostiamo da un post all’altro, senza soffermarci sui contenunti. Le piattaforme sono sicuramente un ottimo mezzo per fornire link di approfondimento per coloro che desiderano capire e conoscere, ma non sono il modo migliore di fare attivismo. Passività e sconforto si stanno insidiando nell’attivista moderno.

Complici anche le associazioni animaliste che, aderendo a propagande in cui si inneggia alla “carne felice” e in cui si afferma che “il benessere animale non è slegato dal benessere dell’uomo, perché questi animali diventano cibo”, stanno danneggiando il movimento. E non solo! Tutto ciò che gli attivisti digitali fanno, viene meticolosamente monitorato e analizzato. A vantaggio di chi? Degli animali? No! Delle multinazionali, che approfittando della confusione che si è creata intorno al termine veganismo, considerato solo come “fenomeno culinario più in voga del momento”, sfornano prodotti per accaparrarsi l’altra fetta di mercato. Ci stiamo illudendo che il clicktivism e lo slacktivism possano cambiare il mondo, ma il risultato finale è solo il degrado dell’attivismo. Torniamo in strada, la posta in gioco non è il benessere degli animali, ma la loro totale liberazione. Da ogni forma di sfruttamento umano.





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