siouxUna vittoria che ha dell’incredibile, giunta dopo 8 mesi di resistenza assoluta, nonostante la repressione, gli arresti e le violenze che hanno dovuto subire da parte della polizia e delle guardie private assoldate dalla compagnia che lo doveva costruire.

Ieri il genio militare degli Usa ha deciso di non approvare la costruzione del tratto di oleodotto che sarebbe dovuto passare sotto ai territori indigeni, dando mandato alla compagnia di studiare dei percorsi alternativi. Una vittoria improvvisa quanto apparentemente totale e definitiva.

I tecnici dell’Esercito hanno riconosciuto che il tracciato del Dakota Access Pipeline avrebbe messo in pericolo le riserve d’acqua degli insediamenti della nazione indiana del North Dakota. Una decisione giunta dopo mesi di resistenza, che nell’ultimo periodo aveva trovato ampia adesione non solo tra gli attivisti ambientali e per diritti civili, ma anche tra le altre tribù native americane, giunte anche dal Canada per dare sostegno nella lotta ai “fratelli” Sioux.

La polizia aveva reagito riportando le lancette dell’orologio indietro di un paio di secoli: procedendo ad arresti di massa tra gli indigeni (oltre 400 in poche settimane) e formulando capi di accusa gravissimi ed intimidatori verso chiunque partecipasse alla proteste, come accaduto al documentarista bianco Deia Schlosberg, accusato di furto di proprietà, manomissione, sabotaggio, danneggiamenti e cospirazione, che secondo la legge americana potrebbero valergli fino a 45 anni di carcere.

Tuttavia la lotta indigena non è arretrata di un passo. Ogni giorno in migliaia si radunavano per impedire l’avanzamento dei lavori e per fare presente al mondo che non erano pronti ad accettare questa nuova minaccia al loro diritto ad esistere. La costruzione dell’oleodotto avrebbe infatti non solo invaso il loro territorio durante la costruzione, ma anche messo in pericolo le acque del fiume Missisipi, dal quale gli indigeni traggono l’acqua necessaria alla loro esistenza. Ora la storica vittoria.





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