Se ti chiamasse un amico a notte tarda, pregandoti di raggiungerlo perché davanti a lui ci sono dei mega robot transformer dall’aria minacciosa alti quanto un semaforo, che faresti? Impossibile, dici? Invece può succedere eccome e sono in parecchi ad avere incontrato dei robot da Genova a Torino, da Milano a Bologna passando per Lucca, Roma, Basilea e persino Miami (USA).

Gli automi in questione sono stati realizzati da LABADANzky, uno street artist genovese riconosciuto a livello internazionale e supportato dal suo collettivo nella realizzazione di opere monumentali. Si tratta più precisamente di “giganti meccanici” dalle sembianze umane, costruiti interamente con materiali di recupero e inseriti nel contesto urbano con incursioni fulminee tipiche della street art. Le opere hanno come obiettivo principale la denuncia del controllo tecnologico delle vite che stiamo oggi sperimentando, del degrado e soprattutto del consumismo nel quale siamo ormai immersi o meglio sommersi.

LABADANzky è senz’altro simbolo della rigenerazione urbana, usa i robot come pretesto per dialogare con l’osservatore portandolo a riflettere sulle contraddizioni della realtà sociale contemporanea e sull’utilizzo della tecnologia: questa contraddizione è alla base delle installazioni dell’artista dove robot apparentemente ipersofisticati e dall’aspetto futuristico, si rivelano a ben vedere costituiti da rottami e materiali già “digeriti” dal processo di produzione e consumo di prodotti immessi sul mercato in una logica di obsolescenza programmata.

L’artista ha realizzato davvero moltissime opere che vi suggerisco di cercare partendo dal suo profilo Instagram, @labadanzky, senza tralasciare i messaggi che veicolano, mai attuali quanto oggi.





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