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I curdi accusano la Turchia: usate armi chimiche. Ma il mondo fa ancora finta di niente

Dopo oltre due mesi, non sono ancora iniziate le indagini sull’uso di armi chimiche in Iraq da parte delle Turchia

I curdi accusano la Turchia: usate armi chimiche. Ma il mondo fa ancora finta di niente

Sono passati oltre due mesi da quando il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha accusato per la prima volta la Turchia di aver utilizzato per più di 300 volte armi chimiche contro le forze curde nell’altopiano del Kurdistan, in Iraq. Se le accuse mosse dai curdi iracheni sono particolarmente gravi – tanto più se si considera che la Turchia fa parte della Convenzione sulle armi chimiche del 1997 –, il silenzio del governo di Ankara e il mancato avvio di indagini indipendenti da parte degli organi competenti lo sono forse ancora di più. Sono molteplici, infatti, i video condivisi dal PKK che ritrarrebbero gas tossici fuoriuscire da diversi tunnel nella regione, così come molteplici sono anche i report sul peggioramento delle condizioni di salute degli abitanti dei villaggi locali a causa delle presunte sostanze chimiche utilizzate dalle forze armate turche.

Eppure, nonostante le innumerevoli richieste di intervento da parte del Partito dei Lavoratori, la risposta della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea, è ad oggi essenzialmente inesistente.

Il silenzio dell’Europa

Interrogato sulla vicenda dal parlamentare europeo svedese Malin Björk, Josep Borrell – vicepresidente della Commissione europea e alto rappresentante UE per le politiche estere e di sicurezza – ha riconosciuto le attività militari portate avanti dalla Turchia contro i curdi in Iraq, sottolineando però la posizione di aperta ostilità dell’Unione nei confronti del PKK, definito un “gruppo coinvolto in attività terroristiche secondo le misure restrittive dell’UE”. Secondo quanto riferito da Borrell poi, al momento, l’UE non avrebbe ancora ricevuto alcun rapporto sull’utilizzo di armi chimiche da parte di Ankara in Iraq, quantomeno ufficialmente.

L’opposizione più strenua al Partito dei Lavoratori è però forse quella del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), principale forza del governo curdo in Iraq. Essenzialmente dipendente dalla Turchia in forza di vari accordi per la somministrazione di petrolio nella regione, la posizione generale del KDP è non solo apertamente filo-turca ma, soprattutto, di aperta opposizione al PKK. Negli scorsi mesi, il Partito dei Lavoratori ha, infatti, più volte accusato i rivali di aver tentato di oscurare i report relativi agli attacchi perpetuati dalle forze di Erdogan, nonostante, a settembre, in via del tutto eccezionale, anche alcuni mezzi di informazione vicini al KDP, avessero denunciato un “possibile attacco chimico” da parte dell’esercito turco e, soprattutto, la mancata volontà di avviare indagini ufficiali da parte del governo.

Gli Stati Uniti scelgono di non vedere

Si tratta di una situazione particolarmente delicata. Da una parte, il popolo curdo non è estraneo agli attacchi chimici e, dall’altra, la Turchia non è certo nuova alle accuse che la vedono tra i principali protagonisti di questi ultimi nell’area medio orientale. Una posizione fortemente strategica all’interno della NATO e forti legami commerciali rendono però complesso, se non impossibile, per molti Paesi occidentali assumere una posizione ostica nei confronti delle politiche estere del governo di Ankara. Negli anni scorsi, gli Stati Uniti in particolare si sono più volte rivelati riluttanti nel sostenere le accuse di attacchi chimici in Siria rivolte alla Turchia, spesso abbandonando qualunque indagine a riguardo in breve tempo, una prassi che, nonostante le recenti affermazioni sull’importanza di una partnership strategica con il Kurdistan, il governo Biden non sembra determinato ad abbandonare.





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