Ho sognato Robert Nesta Marley, eroe popolare.
Sant’Uomo, ditelo a tutti.
Ho sognato Marley.
Ho sognato che ha ragione lui: una delle cose belle della musica, è che quando ti colpisce, tu non senti dolore.

Ho sognato Marley bambino a Saint Ann, le gambe magre in corsa verso il futuro. E ho sognato il nonno Omeriah mandare via i duppies, gli spiriti maligni, che quando si è troppo distratti, lo sai, a volte entrano in casa.

Ho sognato Marley con Peter, Bunny e gli altri, ragazzi pieni di sogni persi fra le lamiere e la polvere di Trenchtown, che allora non erano rasta ma se glielo avessi chiesto qualche anno dopo ti avrebbero risposto “we’re rasta since creation”, che vuol dire non da prima, ma da prima di prima.

Ho sognato Marley e anche Rita, per gli amici blackie totus, ma tu non sei suo amico quindi non chiamarla così.
Ho sognato quell’amore e quei baci segreti al numero 13 di Brentford Road.

Ho sognato Marley che aveva raggiunto la madre a Willmington, nel Delaware. Seconda metà anni Sessanta. Aveva bisogno di soldi per continuare a sognare. Per lui, la musica era tutto. Ho sognato Marley che puliva la camera di un albergo a Willmington, nel Delaware, e sognava di tornarsene il prima possibile in Giamaica.

Ho sognato Marley che tornava a casa di sua madre distrutto dal turno di notte alla Chrysler e accendeva la televisione per vedere il Reverendo Martin Luther King urlare con le lacrime agli occhi che aveva fatto un sogno.

E un giorno ho visto il vecchio Joe Biden annunciare la sua vittoria.
Era a casa sua: Willmington, Delaware, dove succedono cose, sostengono.

Ho sognato Marley che sognava Marcus Garvey e tutta la sua gente sfilare per le strade di Harlem, New York, con i tamburi che suonavano forte come il basso di Aston “Family Man” Barrett e la batteria di suo fratello Carlton.

Ho sognato Marley che da piccolo leggeva la mano alle amiche di sua madre e che un giorno ha smesso di farlo perché aveva deciso che ormai era un musicista.
E ho sognato Marley che un giorno, di mattina molto presto, mentre camminava a testa alta sulle colline di Nine Miles, Sant Ann’s Bay, Jamaica, ha incontrato uno che come lui camminava a testa alta. Era un certo Winston Rodney, che sognava di diventare Burning Spear, e voleva andare a Kingston perché sentiva che doveva cantare.

E ho sognato che Marley sorridendo gli ha detto di andare alla Studio One e di chiedere di Clement “Coxsone” Dodd e di fare il suo nome.

E se vi dicono che questa storia è successa per davvero, rispondete che quell’incontro in effetti è stato vero come un sogno.

Ho sognato Marley che di notte accendeva la radio per sognare con le voci di Fats Domino e Ray Charles e che poi sognava di cantare come loro, un giorno. Ho sognato Marley che parlava con Clement “Coxsone” Dodd e che, quando il vecchio Dodd gli diceva che poteva farcela, lui cominciava a sognare a occhi aperti.

Ho sognato che Marley alle cinque di mattina correva sulla sabbia, a Bull Bay, con Alan “Skill” Cole e sognava il verso di una canzone.

Ho sognato Marley che passa le cartucce a Eric Clapton per sparare allo sceriffo. E slow hand spara, lento, rilassato, easy. E lo sceriffo cade a terra perché, man, non devono pagare sempre gli stessi.

Ho sognato tutti quelli che oggi vanno in giro con i cravattoni e che nel 1977 facevano i rivoluzionari. Ho sognato che loro, proprio loro, prima ascoltano una canzone di Marley per poi rimanere in silenzio, prima di chiedere scusa e perdono, a lui e ai loro sogni traditi. Ho sognato Marley, il rastaman, che l’erba per i fratelli era un sacramento, la pianta sacra che cresceva nel giardino di re Salomone, la medicina per la visione, per la chiarezza, per comunicare con Dio, che se ti accordi al flow mistico del vento, lui poi ti ascolta, uomo.

Ho sognato Marley che sognava di giocare a calcio con la maglia del Brasile. Ho sognato Marley che sul prato del Battersea Park, Londra, 1977, evita sulla linea della sua porta un goal già fatto e poi esce a testa alta, senza guardare il pallone, dalla sua area e lancia il fedele e prezioso Neville Garrick che è proprio dove deve essere, certo, sulla fascia destra e Marley continua a correre e Neville Garrick lo vede che arriva correndo e gli fa ritrovare il pallone proprio al limite dell’area avversaria e Marley tira senza pensarci – di prima intenzione, si diceva un tempo – e fa goal e quando Neville Garrick lo abbraccia gli dice che quello che aveva appena fatto era un sogno. Uno di quelli belli che non finiscono mai.

Ho sognato che George Weah quando corse libero e inarrestabile da una porta all’altra, lui e il pallone, proprio in tutto quello splendore ho sognato che Marley aveva già visto tutto.

Ho sognato Marley e quell’imboscata nella notte di un dicembre troppo caldo del ‘76, le pallottole che sibilano per uccidere il profeta del reggae ma lui è protetto da sua Maestà e questo quegli stolti non lo sanno.

Ho sognato Marley che di notte da solo con una bella canna sentiva per la prima volta, e a volume prepotente per disturbare il vicino, Survival tutto bello e finito. Proprio come un sogno. Ho sognato che Marley era felice perché finalmente aveva il suo studio. E con quel disco aveva trovato quel suono che aveva sempre sognato.

Ho sognato Marley e la bella Cindy, che non è una delle tante, ma Miss Mondo 1976, e quel bambino piccolo che gattona, eppure qualcosa non va. Perché Damian, dice Bob, non è un nome da rasta. Ho sognato Marley che viene a sapere che Peter Tosh è stato pestato dalla polizia, dicono per aver fumato ganja sul palco dell’One Love Peace Concert, ma lo sanno tutti che è una questione più alta, lo sanno tutti che se non ti pieghi quelli ti spezzano.

Ho sognato Marley che vede un film di Bruce Lee, e dice “Niente male il china man, proprio niente male” e poi guarda Mohammed “il più grande di tutti” Ali volare come una farfalla e pungere come un’ape, e tutto diventa ancora più chiaro, nitido…

Ho sognato Marley in Nuova Zelanda circondato dai maori che si gode la haka come un re straniero in visita e ride, e poi l’ho sognato mentre unisce le mani di quei due diavoli di Seaga e Manley, nemici politici di una Jamaica che odia, e mentre lo fa parte il tuono perché anche a Dio, alle volte, scappa un applauso.

Ho sognato Marley in Zimbabwe che suona per l’indipendenza del Paese, e le sue lacrime sono vere, e paga persino di tasca sua i musicisti per essere laggiù, perché alla fine i soldi sono fondamentali solo se non sai chi sei.

Ho sognato Marley e Kaya, il disco rilassato, quello che parla di amore ed erba, perché anche ai profeti e ai rivoluzionari serve una pausa e un buffetto, giusto perché si ricordino come mai stanno combattendo; e ho sognato che lassù, da qualche parte, non ieri, non domani, ma adesso, questo disco lo stanno ballando anche Kobe e Gianna. E quando sfuma Time Will Tell, Kobe si alza e schiaccia il sole in un buco nero e lui e Gianna tornano da noi.

Ho sognato Marley e anche mio fratello, che la sera in cui se n’è andato gli ho messo Legend in cuffia, e ho sognato anche Manu Chao, che una volta mi ha detto “Nessuno ascolta i Rolling Stones a Tetuan. L’unico artista conosciuto in ogni ghetto del mondo è Bob Marley”.

“In quel disco c’è un suono africano, i musicisti sanno quello che voglio dire”. Un giorno disse questo, con la sua voce che era già musica, già reggae.

Ho sognato Marley sul palco del Lyceum, Londra. Quando? La notte che è diventato il Re del mondo. Tutto magistralmente documentato dal disco che fu pubblicato il 5 dicembre del 1975. Tutto vero proprio come un sogno.

Ho sognato Marley che è ancora sotto quell’albero al numero 56 di Hope Road, Kingston, a suonare il suo blues per tutta la notte.

Ho sognato Marley in quell’ultimo show a Pittsburgh, 23 settembre 1980 dicono le cronache. L’ho sognato stanco, provato, il viso di cenere e una maschera di morte, ma i rasta non muoiono, al massimo diventano vento, chiedi a Bunny se non ci credi, sta soffiando vicino a casa tua.

Ho sognato Marley la mattina, con i bambini intorno, figli di madri diverse che si detestano ma i piccoli no, perché è un solo amore, un solo cuore, let’s get together and… finitela voi.

Ho sognato Marley e anche Selassié, che non so se è Dio ma quando dice che finché il colore della pelle di un uomo è più importante del colore dei suoi occhi sarà guerra, ha profondamente ragione. E quando sento War il sangue mi ribolle, ma è un caldo sano, come quello di Fuser Guevara che scrive Veja Maria durante i suoi viaggi sulla Poderosa, ma questo è un altro sogno, lo capisco.

Ho sognato che Marvin Gaye quando era in Giamaica ha parlato per tutta la notte con Marley e che poi non ha più avuto paura di nulla, nemmeno dei suoi sogni.

Ho sognato Marley che anche quell’11 maggio del 1981 continuava a sognare. Ho sognato che passavo la notte con Rihanna a fare l’amore, le sue unghie sulla schiena a regalarmi stigmate, e ho sognato che poi mi mostrava la sua famosa chill out room, con l’incenso acceso e sul muro un grande dipinto di Bob in bianco e nero, e tutto il resto verde giallo rosso, i colori dell’Etiopia. Non della Giamaica. Te lo ridico: i colori dei rastaman. Non della Giamaica. Ho sognato che qualcuno ha detto che Marley illumina il buio. Ho sognato quella luce.

Ho sognato Snoop Dogg, quello stilosissimo figlio di puttana sempre super sciolto, il suo flow elegante che profuma di sensimilla. L’ho sognato in Giamaica, a casa di Bob, a dire di essere la sua reincaranzione, che ovviamente non è vero ma chi sono io per dirlo?

Ho sognato Marley e suo figlio Ky-Many, molti anni dopo, che canta Three Little Birds allo stadio dei lancieri, e i tifosi dell’Ajax con lui, che se vedi quel video e non ti emozioni, sei da psicologo.

Ho sognato Marley con il joint in bocca che spiega a un ragazzino bianco che mischiare l’erba con il tabacco è una cosa stupida, poi aspira una boccata di fumo, scrolla i dread e sparisce. Allora il sogno finisce e poi ricomincia.

Ho sognato di sognare Marley. E ho sognato Sua Santità il Dalai Lama che ascolta una sua canzone e ride felice.

Ho sognato quei venticinque secondi che annunciano l’arrivo della sua voce in Natural Mystic. L’incipit di Exodus, il capolavoro dei capolavori. E noi concordiamo.

Suona cosi.
Se ascolti con attenzione, lo sentirai.
È quella voce. È quel sogno.
Oggi.
Quarant’anni fa.
Sempre.
Sempre quel sogno.

a cura di Alberto Castelli
Per tutti semplicemente il ‘maestro’ – è uno storico conduttore di Radio RAI e massimo esperto di black music in Italia. Ha raccontato in centinaia di articoli e diversi libri le mille sfumature della musica “con l’anima”, a partire proprio da Marley. Il suo ultimo libro, Soul To Soul, viene affettuosamente definito “l’opera”

e Federico Traversa
Aka F.T. Sandman è scrittore, conduttore radiofonico e fine conoscitore di musica reggae. Ha scritto, e tanto, su Bob Marley e la Marley Family. Conduce sulle frequenze di Radio Popolare il fortunato programma Rock Is Dead, dedicato alle morti misteriose dei volti noti e meno noti della musica, da cui è tratto l’omonimo libro





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