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Hip Hop Italiano, continua il dibattito

Hip Hop Italiano, continua il dibattitoL’odore del sangue attira gli squali. Ma non solo. L’odore del sangue oggi è spesso l’odore del gossip, dell’opinionismo un po’ spiccio che a volte diventa puro “tronismo” di defilippiana memoria. E questo odore attrae non solo squali, ma tantissimi altri soggetti. A volte è anche l’odore della semplice voglia di rompere le palle, perchè si è davvero troppo stanchi di sentire le solite tiritere e di doverle anche digerire. Fa più rumore un’intervista tagliata male (magari appositamente) e una frase messa dentro ad un video ad hoc per generare un tam-tam sul web, che non un bella canzone rap. Un articolo su Rolling Stones fa esplodere mille polemiche, come la fantomatica goccia che fa traboccare il vaso. Cronache di un mondo che perde la sensibilità. E non è certo colpa dell’hip hop, della old school o del business. Bah, forse del business un po’ si, in fondo non è che il mondo degli affari si basi su solidi principi culturali o sociali, a differenza dell’hip hop che proprio per la sua natura, appunto culturale, dovrebbe discostarsi da tutto ciò.

Il vero problema è che allo stesso modo sembra quasi che tutti abbiano in parte ragione ed in parte torto (senza essere democristiani e senza indignarsi più di tanto) generando una confusione non indifferente sulle posizioni. E’ vero che mai come negli ultimi anni la musica rap si sia imposta a livello discografico su scala così ampia, permettendo ad una larga schiera di artisti di ottenere visibilità, ingaggi, opportunità, riscontri mediatici e radiofonici, ma d’altro canto non ci sembra di aver notato un corrispondente spopolamento – o relativa commercializzazione – dell’hiphop inteso come 4 arti (l’aerosol art o il vero bboying sembrano restare ancora fieramente underground). E’ anche vero che i mezzi si sono evoluti così come la consapevolezza di molti nei confronti di questa arte e cultura, ma non si può non constatare che in parecchi casi abbiamo assistito ad un generale abbassamento di contenuti e a volte di qualità (che poi è anche soggettiva come cosa) rispetto il glorioso recente passato. E’ vero che i primi anni ‘90 erano anni difficilissimi per chi sceglieva l’hip hop come stila di vita e che molti nel sottosuolo approcciavano timidi passi artistici senza ben conoscere cosa, come e quando, e magari facendo delle comunissime cazzate. Ma come allora se andiamo ai concerti dei cari vecchi maestri dell’hip hop italiano ci sentiamo bene, a casa.

Questo è l’hip hop. Che poi non vuol dire assolutamente niente. Tanto varrebbe dire “questo è il genere umano”. Abbastanza concreto, non trovate? Di cose di questo tipo ne abbiamo lette molte, a volte le abbiamo vissute sulla nostra pellaccia. Oggi certi rappers guadagano molto e altri, più meritevoli artisticamente, guadagnano meno? Benvenuti sul pianeta Terra del cazzo. E’ successo praticamente in tutte le forme dell’arte, specie nella musica. Ognuno vive le conseguenze delle proprie scelte e ha quindi il diritto di farle. Se uno vuole “vivere di bacche in riva a un fiume” (cit. grazie Turi), perché si sente più “real”, faccia pure. L’importante è che non lo imponga a qualcun altro. Se uno vuole vendere l’anima al diavolo della musica per 15 minuti di notorietà in più, lo faccia pure, noi ci ascolteremo quello che ci aggrada o ci da maggiore soddisfazione. O magari simpatizzeremo per qualche altro artista che incontra meglio il nostro gusto e le nostre aspettative.

Paola Zukar e Damir Ivic, sulle proprie pagine facebook hanno espresso e motivato (e non senza un certo savoir faire) le proprie ragioni. Lascia ancora un po’ perplessi l’articolo di Michele Wad Caporosso, perché, nonostante il grande successo commerciale, definire questa la Golden Age della rap music italiana, è un po’ come definire gli anni 2000 la Golden Age dell’Impressionismo solo perché ora i quadri impressionisti valgono centinaia di migliaia di euro sul mercato dell’arte. Spero che gli esperti accademici ci concedano questo grossolano esempio. Tanto avete capito benissimo tutti quanti ciò che intendiamo.

C’è da dire che oggi molti esponenti della scena hip hop sono cresciuti, maturati, cambiati. E che molti giovani (o giovanissimi), non sono altro che esattamente figli di quest’epoca “usa e getta”, dove è preferibile un I-Phone che gestisce 200 Torrents in sincrono per scaricare musica di plastica (o meravigliosa, ma alla quale, in parecchi casi, difficilmente riusciranno a dare più di un superficiale ascolto), che non cercare un bel vinile di Dizzie Gillespie in un negozietto polveroso da campionare a casa in un religioso rituale pagano.

E’ solo un po’ triste constatare che non si riesca ad approfittare di questo momento storico, coinvolgendo e permettendo a tutti di godere di un pubblico così allargato che, se educato per bene, potrebbe regalare magari qualche anno di prosperità in più al nostro movimento hip hop. Non è l’hip hop che spreca un’occasione. E’ l’uomo, come sempre. Con tutte le nostre contraddizioni e bellezze. Tutto molto umano… Non vogliamo cavalcare l’onda e cercare di rimediare views, credeteci. E neanche pensare di risolvere la situazione arrogandoci chissà quale competenza. Da vecchi amanti dell’hip hop volevamo solo esprimere un punto di vista che potete leggere o ignorare senza alcun tipo di problema. Scusate la filosofia da Burger King, ma a volte un pensiero sincero, anche se un po’ retorico, può funzionare laddove permane parecchia confusione.

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I redattori di myhiphop.it

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