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Abbiamo passato indenni la Million Marijuana March, il CanaPisa e la prima edizione di Indica Sativa Trade, dove oltre di proibizionismo e antiproibizionismo si è parlato anche di lavoro. Il proibizionismo è fonte di forti interessi economici monopolizzati da pochi fortunati e disonesti, mentre la liberalizzazione della canapa porterebbe ricchezza diffusa e lavoro per molti. Intanto è vita dura per i consumatori, per i malati che devono curarsi con la canapa, per tutti coloro che usano sostanze. Da troppi anni si finisce in galera per pochi grammi di qualsiasi sostanza, nessuna distinzione, la legge equipara un consumatore e il malato autorizzato dalla ASL che possiedono pochi grammi della propria erba, a qualunque spacciatore di qualsiasi sostanza. Questo si riflette anche sui giornali che pubblicano articoli diffamanti, raccontando di brillanti operazioni antidroga, dove spesso il ritrovamento è di pochi grammi di sostanza e un accanimento giudiziario e mediatico contro il consumatore. Questo ha dei costi altissimi: sociologici, amministrativi, forze dell’ordine e danni incalcolabili per i consumatori eccessivamente vessati, a causa della legge sulle droghe attualmente in vigore. La realtà è che in Italia abbiamo toccato il fondo dal punto di vista dei diritti.

Mai terreno più prolifico, invece per la criminalità organizzata che commercia sostanze stupefacenti, i prezzi sono altissimi, la richiesta delle sostanze più lucrose come la cocaina non è mai stata così tanta, l’informazione sulle droghe da parte dello stato è inesistente, il proibizionismo sta moltiplicando i guadagni delle mafie. Questo è un dato ineluttabile.

Gli operatori del settore sono lasciati allo sbando dai tagli dei fondi e dalle norme che hanno allargato molte mansioni strettamente statali, alle comunità di recupero, soggetti privati e interessati a “certificarsi” in casa propria la tossicodipendenza di un soggetto che dovrà rimanere a disposizione, si trarrà profitto dal suo lavoro e la comunità prenderà dei fondi per questo “soggiorno”.

Il principio errato non è il lodevole lavoro svolto dalle comunità, ma i metodi “muccioliani” adottati da alcune di esse ed il fatto che possano certificare la tossicodipendenza dei propri ospiti, compito spettante esclusivamente alle strutture pubbliche (Sert) prima della legge Fini­Giovanardi.

Loro continuano con le loro posizioni conservatrici, oscurantiste, censorie, noi tutti con le nostre differenze continuiamo a seminare speranza attraverso la nostra “guerrilla culturale”.





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