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Vorrei cominciare dedicando quest’articolo a tutti i grower vittime, in questi 7 anni, di questa legge scellerata e liberticida, ma in special modo a Michele the “Haze man” che ha saputo ispirare e motivare tanti, me compreso, nel mondo cannabico.
Certamente, a livello emozionale, la guerrilla è una delle passioni e delle imprese più eccitanti, ardite e talvolta deludenti che un grower possa compiere. Come disse “il compare” infatti; la guerrilla è come la roulette, rosso vinci nero perdi!

Cacciatori, fungaioli, guardia forestale, ladri ma anche cinghiali, talpe e parassiti di ogni specie possono mandare in malore il raccolto in ogni momento o ancor peggio possono privarti della libertà. Ma non questa volta… La fortuna ha certamente un fattore rilevante nella riuscita dell’impresa, ma ancor di più l’arte di adattarsi e l’improvvisazione, sono attitudini indispensabili, che possono salvare situazioni critiche o disperate. Tuttavia, l’esperienza che mai si conclude nella carriera di un grower ti porta sempre a ripetere: «Caspita! Questa non l’avevo prevista…». Insomma, sebbene l’improvvisazione può risultare determinante nella suprema arte della guerrilla, improvvisarsi a volte può, invece, diventare improduttivo, oltre che molto pericoloso.

La scelta del posto, ovviamente, è un fattore determinate per il successo o il fallimento della coltivazione. Quindi il mimetismo del posto, la quantità d’acqua accessibile, e sicuramente la struttura del terreno, non sono solamente espedienti basilari per la crescita robusta e sana della pianta, ma sono fattori essenziali per abbassare il fattore di rischio, dacché brevi e limitatissime incursioni nel posto della guerrilla, sono imperativi necessari per la sicurezza e l’incolumità di voi stessi. Tuttavia quando questi tre fattori coincidono con un po’ di esperienza e conoscenza di questa specie botanica è possibile realizzare “grandi opere”, meravigliose come queste!

Dacché una pianta è costituita da circa l’85% d’acqua e nel suo massimo sviluppo può traspirare dai 5 ai 20 litri d’acqua al giorno, è facile intuire come questo elemento non debba mai mancare in tutte le fasi. Molti grower si equipaggiano con taniche e secchi, indispensabili certamente soprattutto per la fertirrigazione, ma quando la massa verde aumenta a dismisura, sopraffacendo le capacità di approvvigionamento e di trasporto umano, sono certamente necessari altri stratagemmi.

Trasportare in collo batterie da 120 ampere di 34 kg con pompe di sentina da 5000 L/H su pendii e dirupi, oppure connettere pannelli solari ed impianti di irrigazione, stendendo 150m di tubo nella notte, sono la prova tangibile che i più determinati, scaltri e coraggiosi hanno maggior successo nella guerrilla. Ci sono molti altri modi per assicurarsi la riserva di acqua. Raccogliere l’umidità con teli di nylon o la pioggia con delle cisterne, sono metodi utili soprattutto nelle zone umide e di montagna, anche se molto dipende dalla dimensione della coltura che si è impostata. Ciononostante i posti preferiti dalla maggior parte dei grower sono certamente in prossimità dei corsi d’acqua, ricchi di falde, venature e rigagnoli dove questo elemento non manca.

La struttura del terreno è di basilare importanza. Sono da evitare certamente terreni tufacei o argillosi, sconsigliati per lo scarso drenaggio ed il pH acido. Sono molto favorevoli invece le terre “humiche” e torbose simili a quelle del sottobosco, ricche di materiale vegetale organico in decomposizione. Spesso, scavando alle pendici delle radure boscose o sulle spalle dei corsi d’acqua, è facile trovare sotto il primo strato colonie di funghi simbiontici (micorrizze), ben visibili ad occhio nudo, segno di un’alta attività microrganica. Quello probabilmente sarà il posto ideale! Ciononostante non cantate presto vittoria; foreste di rovi ed ortiche che vanno bonificate sono le specie botaniche che prediligono quei tipi di terreno. Anche in questo caso, la determinazione e la stoffa del grower vengono messe a dura prova; non è raro vedere in primavera, alcuni grower con delle vere e proprie stigmate sulle braccia, segno evidente di una severa battaglia compiuta per disboscare rovi.

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Un altro fattore determinante per il successo di una coltivazione che mette a dura prova la perseveranza e la fatica del grower, è certamente la dimensione della buca. Vesciche dolorose e calli, sono una consuetudine quando si scavano buche 50×80. Potendo, è suggeribile per il primo start di radicazione, mescolare (almeno50%/50%) con i composti (alcuni molto validi) che si trovano nei negozi specializzati. Da sconsigliare, se non bandire, il terriccio universale del vivaio. Un’infinità di ottimi ammendanti solidi quali guano, pollina, humus di lombrico, compost animale o vegetale, fosforite, lupini, alghe etc. sono molto utili per arricchire il substrato, assicurando piante sane robuste e maggiormente produttive.

Tuttavia se si riesce a trovare il posto/substrato giusto, l’esperienza ci racconta che gli ammendanti, passano decisamente in secondo piano. Lavorare e concentrarsi sulla prevenzione, la salute e la stabilità della pianta in fioritura, sono invece gli espedienti più importanti quando si pratica la guerrilla. Trichoderma e funghi simbiontici non devono mai mancare, soprattutto nelle prime fasi, per assicurare sia una barriera dai patogeni, sia un maggior assorbimento degli elementi. Vaporizzare accuratamente sopra e sotto le foglie, gli steli con prodotti naturali quali, olio di neem, di pino, equiseto, quassia, silicato di sodio etc., è di basilare importanza per difendersi dalle specie più comuni di parassiti (ragnetto, afidi, acari, mosca bianca, cocciniglia etc.). Questo espediente se praticato con costanza, scongiura l’intervento con diserbanti chimici che rovinerebbe la qualità del prodotto.

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Tuttavia, la piaga più temuta dai guerrilla growers è senza dubbio la botrite nelle ultime fasi. La polvere di roccia micronizzata ricca di silicio, vaporizzata fino a prefioritura, si è dimostrato un agente insostituibile a difesa della botrite. É stupendo poter vedere ad occhio nudo come agisce. Quando l’umidità sale e la pianta si ricopre di rugiada, la patina grigiastra di silicio che ricopre le foglie scompare assorbendosi l’acqua; per poi ricomparire quando il sole asciuga la pianta. Questa capacità di scambio assorbimento/disidratazione della polvere di roccia, aiuta moltissimo nella difesa contro le muffe.

Un altro pericolo che potrebbe mandare in malora parte del raccolto, sono i consueti temporali estivi, ormai diventate quasi tempeste tropicali. Dalle immagini è possibile notare come le canne di bambù per pomodori sono un ottimo stratagemma per ancorare e sorreggere le piante. Le foto mostrano come questi grower, molto ingegnosi, hanno dovuto ancorare questi “mostri” tra loro con un cordino che le congiunge una all’altra, di fatto le ancora tutte quante. Tecnica sicuramente ingegnosa, ma molto rischiosa, dato che se una solo fosse caduta a terra, tutte le altre l’avrebbero seguita.

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Concludendo, come spesso accade nella vita, potremmo dire che nella guerrilla, sono le sinergie di vari elementi che determinano il successo di una coltivazione. Anche se il buon karma, gioca sempre un ruolo determinante. Di seguito riportiamo le caratteristiche del terreno e i materiali usati da questi fortunati e bravi grower.

Semi: Chocolope kush, Holy grale kush (Dna), k13 haze (Philosopher Seed), Gokunk (Philosopher Seed);
Substrato: 10% (Misto Atami janeco, Plagron, Gaia), 10% (stallatico equino) e 80% Substrato pre-esitente (humico, torboso, sabbioso); Ammendanti: Trichoderma, Micosat TF (poco), Polvere di roccia (silicio);
Protettivi: Olio di neem, sapone alla citronella, quassia;
Fertilizzanti: Gaia Floridus (Npk organo-minerale), Impulsor (stim. fioritura), Diamond nectar (Ghe).

 





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