Netherlands World Press Photo Contest

Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione tra Paesi Occidentali capitalisti e Paesi ad economia socialista, alcuni dei più autorevoli esperti e strateghi della politica internazionale avevano preannunciato un Mondo finalmente pacificato, privo di guerre, una fase storica in cui gli uomini e le donne del pianeta, grazie ad una cocktail di democrazia e libero scambio, si sarebbero trasformati da “nemici – amici in concorrenti”. Passati ormai parecchi anni da quel evento abbiamo ormai capito quanto questa ipotesi di pace globale fosse basata su presupposti farraginosi.

Basta dare un occhiata ad alcune cifre per rendersi conto quanto le previsioni di un mondo pacifico siano errate. Negli anni ’90 si sono verificate 57 guerre in 45 diversi paesi del mondo. Dal 1988 al 1992, l’ONU ha gestito tante operazioni militari quante ne aveva intraprese nei precedenti quattro decenni. Attualmente le guerre in corso nel Mondo sono almeno 28. Oggi si spara e si muore, in Palestina, Israele, Libano, Iraq, Afghanistan, Kurdistan, Cecenia, Georgia, Algeria, Ciad, Darfur, Costa d’Avorio, Nigeria, Somalia, Uganda, Burundi, Congo (R.D.), Angola, Pakistan, Kashmir, India, Sri Lanka, Nepal, Birmania, Indonesia, Filippine, Haiti, Colombia. Si calcola che questi conflitti abbiano già causato la morte di più di 5 milioni e mezzo di persone.

Telegiornali e carta stampata, ormai da qualche anno, ci parlano tutti i giorni di guerre, di bombardamenti, di eserciti, di milizie, di morti civili, di attacchi e di terrorismo. Parole come queste che sembravano relegate solo ai video games e alle partite di Risiko sono tristemente tornate a far parte del nostro lessico quotidiano. Nel corso di questa estate la guerra ha fatto sentire ripetutamente la sua presenza con l’escalation del conflitto mediorientale tra Israele e Palestina che si è esteso al Libano. Mentre le altre due guerre “famose” quella in Afghanistan e quella in Iraq sono ancora in corso e nessuno riesce ormai a prevedere quando finiranno.

Non è mia intenzione, sviluppare un discorso sulle colpe e le ragioni, sull’analisi di chi sia la vittima e chi il carnefice, tanto meno voglio perdermi in sterili disquisizioni terminologiche sulle definizioni fantasiose ed ardite con cui giornalisti e politici amano oltremodo riempirci le orecchie, a mio avviso, solo per confondere ed intorpidire le acque. È meglio lasciare le analisi geopolitiche e strategiche sui singoli conflitti agli addetti ai lavori. L’intenzione di questo articolo è quella di parlare di quei conflitti che affliggono milioni di uomini e donne nel mondo ma che per varie e molteplici ragioni non trovano diritto di cittadinanza tra le notizie che i mas media scandiscono ogni giorno.

Dei 28 conflitti in corso, infatti, ne conosciamo al massimo 4 – 5, i più “famosi”, quelli dove sono coinvolti militari italiani. Quali sono le ragioni di questa mancanza di notizie sulle restanti guerre? Dimenticanza? Disinteresse? Ignoranza o Calcolata rimozione? Ancora perché la comunità internazionale o i singoli stati democratici si coalizzano per liberare alcuni popoli dalla tirannia di regimi dittatoriali mentre lasciano vivere, commerciano e a volte proteggono altri regimi altrettanto sanguinari e cruenti? Certo non è facile rispondere a tutte queste domande sarebbe però sbagliato non farle e non provare a farsi un idea al riguardo.

Osservando ed analizzando più attentamente i conflitti in corso nel mondo risulta evidente uno stretto legame tra la “dimenticanza” da parte dei mas media e le ragioni strategiche, economico-politiche, che ogni guerra porta con se. La maggior parte dei conflitti vengono combattuti nel Sud del Mondo in paesi poveri mentre le armi necessarie vengono prodotte da pochissime grandi potenze industriali che controllano la produzione ed il commercio del 90 – 95 per cento degli armamenti.

Rimanendo sul piano generale, per approfondire successivamente con alcuni esempi concreti, le modalità di gestione dei conflitti da parte della Comunità Internazionale e dei singoli stati possono essere ridotte a tre categorie. La prima è quella dell’intervento armato contro uno dei belligeranti. Questo metodo ha come scopo quello di liberare e portare conforto umanitario alla popolazione civile martoriata dalla guerra o da un regime dittatoriale (Somalia, Bosnia e i Kossovo). La seconda modalità è quella del coinvolgimento attraverso l’intervento umanitario, in questo caso a differenza del primo, l’intervento viene calibrato in modo da non danneggiare gli interessi delle nazioni più potenti presenti nell’area del conflitto. È il caso della forza di interposizione ONU che verrà presto inviata ai confini tra Libano e Israele. Il terzo caso è quello dell’astensione da qualsiasi presa di posizione, ovvero la regola della non interferenza nel conflitto. A quest’ultima categoria appartengono la maggior parte delle “guerre del silenzio”. I diversi paesi democratici, seguendo la logica del “ciò che non si vede non esiste”, preferiscono disinteressarsi e fare in modo che le informazione riguardanti tali conflitti non arrivino ai cittadini del “mondo libero” attraverso i maggiori mezzi di informazione.

In alcuni stati dell’Africa, dell’America Latina o dell’Estremo Oriente la popolazione civile viene lasciata in balia delle violenze e dei massacri commessi da eserciti e da milizie private in lotta. Altrettanto si fa con le rispettive multinazionali occidentali lasciate libere di sfruttare, grazie alle guerre, le ricchezze del sottosuolo di cui tali paesi sono ricchi. Questo atteggiamento della comunità internazionale è dovuto a due principali ragioni. La prima è legata ad antichi sensi di colpa che alcune nazioni hanno nei confronti delle loro ex colonie. In molti casi i colonizzatori non sono stati in grado di traghettare, come prevedevano gli accordi internazionali, le ex colonie in paesi indipendenti e democratici lasciando così spazio a situazioni ingestibili spesso degenerate in guerre civili. La seconda ragione della colpevole dimenticanza di molti conflitti è legata ad interessi economici precisi. Molte guerre, infatti, vengono sostenute e finanziate da potenti lobby economiche e finanziarie occidentali che guadagnano sia dal commercio delle armi che dalle vantaggiose condizioni di sfruttamento delle ricchezze dei paesi in guerra. Non è un segreto infatti che in molti conflitti una o più parti in causa siano finanziate dai soldi di alcune multinazionali in cambio di condizioni vantaggiose di sfruttamento di giacimenti di petrolio, oro, diamanti, uranio, koltan, cobalto ed altri indispensabili e rare materie prime necessarie alle industrie dell’Hi-Tech.

gaza

Mi soffermerò ora su tre “conflitti dimenticati”. Si tratta di una piccola parte delle “guerre del silenzio” attualmente in corso nel Mondo; per esigenze di spazio ho scelto di riportare questi tre casi perché rappresentativi delle ragioni del colpevole silenzio da parte dei mas media.

CONGO
La guerra nella Repubblica Democratica del Congo è un ottimo esempio di “conflitto dimenticato”. Definita la “Guerra mondiale africana” il conflitto inizia con la deposizione da parte di Laurent Kabilia (1997) della trentennale dittatura di Mobutu che aveva garantito gli ingenti interessi occidentali nel paese. A partire dal 1998 si creano due fazioni: una fedele al governo di Kabilia aiutato dagli eserciti di Angola, Namibia e Zimbabwe e l’altra formata da ribelli di etnia Tutsi riuniti in gruppi armati come il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD) aiutato dal Ruanda e il Movimento di Liberazione del Congo
(MLC) spalleggiato dall’Uganda. Nel territorio del Congo si fronteggiano gli eserciti regolari di ben 6 stati africani. Il risultato è la sostanziale divisione della nazionale in due parti: una orientale controllata dai ribelli e una occidentale in mano alle truppe di Kabilia.

Nel 2001 Laurent Kabilia viene assassinato, il figlio Joseph promuove un processo di pace che porta al graduale ritiro degli eserciti stranieri dal paese e all’invio di un contingente militare delle Nazioni Unite il MONUC (Missione ONU in Congo) con il compito di sorvegliare la tregua. Negli ultimi tempi la situazione è in continuo mutamento, le alleanze e le fazioni che si fronteggiano cambiano molto velocemente. Gruppi e sigle di nuovi movimenti combattenti nascono e muoiono in continuazione. Lo scorso 30 luglio il popolo del Congo ha espresso il proprio voto nelle prime elezioni libere degli ultimi quaranta anni. I risultati della sfida fra il presidente in carica Joseph Kabila e l’ex-leader guerrigliero Jean-Pierre Bemba ha rimandato la partita al ballottaggio fissato per il 29 ottobre prossimo. Nel frattempo la situazione sembra aggravarsi di giorno in giorno tanto che la missione MONUC è stata rafforzata con 400 nuovi caschi blu che vanno ad aggiungersi ai 17000 uomini già presenti nell’area. La speranza è quella di riuscire a risolvere la situazione senza che gli scontri che si stanno verificando in questi giorni nella capitale Kinshasa degenerino in una nuova guerra civile come quella del (1998 – 2002) che ha prodotto più di tre milioni e mezzo di morti.

Quella del Congo rappresenta la perfetta guerra dei nostri giorni nella quale i soldati e le numerosissime vittime, soprattutto civili, sono locali ma gli interessi geopolitici ed economici in gioco appartengono tutti alle ambizioni economiche delle nazioni ricche.

COLOMBIA
Da quasi quarant’anni la Colombia è sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra. All’origine di questo conflitto, che ha causato più di 300.000 morti, vi è una enorme disparità sociale tra classi dirigenti e popolazione.

A partire dai primi anni ‘60 le squadre di autodifesa, che si erano formate per far fronte ai massacri dei contadini colombiani promossi dalle multinazionali americane che controllano le piantagioni colombiane, si organizzano in gruppi guerriglieri di ispirazione comunista.

Tra il 1965 ed il 1970 nascono l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) ed il Movimento del 19 Aprile (M-19). Il conflitto prosegue senza sosta, gli scontri tra esercito e ribelli sono sempre più cruenti e nella gran parte dei casi coinvolgono la popolazione rurale spesso arruolata con la forza o vittima di sanguinosi massacri, sequestri e violenze.

Verso la fine degli anni ‘70 la guerra ha una importante svolta con la “scoperta”, da parte della guerriglia, delle potenzialità lucrative del mercato della coca. Ha inizio lo sfruttamento di piantagioni in associazione con i grandi narcotrafficanti. Questo patto è però destinato ad esaurirsi molto rapidamente. Ben presto i trafficanti creano degli eserciti privati per proteggersi dalla guerriglia, che nel frattempo ha iniziato a finanziarsi attraverso i sequestri dei “signori della coca” e dei loro familiari. Nascono così le squadre di autodifesa grazie anche al forte sostegno del governo. Nel 1981 a Cali, nasce il MAS (Morte Ai Sequestratori), identificato per la prima volta come “gruppo paramilitare”. Pochi anni più tardi si formano le Autodefensas Campesinas de Còrdoba y Urabà (ACCU) da cui, nel 1997, si sviluppano le attuali Autodifese Unite della Colombia (AUC). I paramilitari trovano immediatamente l’appoggio dell’esercito, che ben presto arrivano a sostituire nelle “operazioni” dirette sia contro i membri della guerriglia, sia contro i civili accusati di sostenerla. In breve i “pàras” diventano gli esecutori di compiti “scomodi”: omicidi di giornalisti, attivisti umanitari, sindacalisti ed oppositori politici, che ogni anno continuano ad avvenire a centinaia. Molte delle stragi più sanguinose vengono compiute dai paramilirari su commissione dell’esercito che può così salvaguardare il suo buon nome di fronte all’opinione e alle accuse della Comunità Internazionale. I massacri, estremamente efferati, conoscono dunque un brusco aumento, causando ulteriori fughe di massa da parte della popolazione.

Nel 2002 falliscono i colloqui di pace tra la presidenza di Andrés Pastrana e le FARC, la maggiore formazione guerrigliera del paese. Forte dell’appoggio USA, il nuovo presidente Alvaro Uribe, rieletto pochi mesi fa per la seconda volta, scatena una serie di offensive su vasta scala contro i ribelli. Ne risulta un peggioramento della situazione umanitaria della popolazione civile senza peraltro che la guerriglia sia indebolita. Di pari passo cresce l’influenza statunitense nel conflitto con l’entrata in vigore del Plan Colombia. Si tratta di aiuti economici che ufficialmente servono a contrastare “la lotta alla guerriglia ed al narcotraffico” ma che in realtà servono a spianare la strada per lo sfruttamento ed il controllo delle risorse naturali del Paese da parte delle multinazionali statunitensi.

Nonostante la propaganda governativa affermi il contrario, il tasso di corruzione che affligge il sistema amministrativo è scandaloso, così come il suo grado di connessione col paramilitarismo e col narcotraffico. Per contro, le FARC e l’ELN non sono in grado di offrire una adeguata alternativa al governo.

I problemi sociali della Colombia sono innumerevoli, primo fra tutti la violenza, che sembra ormai radicata nella società colombiana, a tal punto da far eleggere il Paese come uno dei più pericolosi del pianeta, indipendentemente dal conflitto.
Anche nelle aree rurali la guerra produce effetti tragici come il fenomeno dei “desplazados” (sfollati) che sfiora i 2.200.000. Si tratta di civili costretti a rifugiarsi in località interne del Paese, od oltre le frontiere del paese (Venezuela, Ecuador e Panama).
Molte gravi violazioni affliggono anche le comunità indigene che, nonostante abbiano espressamente richiesto di non venire coinvolte nella guerra, subiscono assassini, stragi, deportazioni e arruolamenti forzati.

Di urgente attualità è anche la questione dei bambini-soldato (circa 11.000) il più delle volte utilizzati in combattimento come “carne da cannone” da entrambi gli schieramenti. Dopo il fallimento diplomatico del governo Pastrana, le speranze di pace tra l’attuale governo Uribe e le FARC sembrano impossibili. La guerriglia annuncia che accetterà il dialogo “solo dopo che verrà intrapresa una seria lotta ai paramilitari”, il Governo risponde che “si siederà al tavolo solo dopo la fine del terrorismo”.
Purtroppo l’attuale situazione genera, giorno dopo giorno l’incremento del numero delle vittime. La carenza di una mediazione da parte della Comunità Internazionale complica notevolmente il lavoro del sistema giudiziario, delle istituzioni, delle Organizzazioni non Governative e di tutte quelle realtà che lavorano per la pace e la difesa della popolazione colombiana.

MYANMAR
Dal 1948 ad oggi il conflitto in Myanmar (Birmania) vede il governo militare del paese fronteggiare diversi movimenti armati separatisti: l’Unione Nazionale Karen (KNU), l’Esercito dello Stato di Shan (SSA) e il Partito Progressista Nazionale Karenni (KNPP). Il paese è guidato dal 1948, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, da una giunta militare che reprime le libertà fondamentali delle oltre 35 minoranze etniche in cui la popolazione birmana e suddivisa. Vengono continuamente segnalate deportazioni di civili di origine diversa da quella birmana. Il divieto d’accesso nelle zone di conflitto (black area), rende impossibile determinare con certezza il numero delle vittime. Le stime parlano di almeno 30 mila morti dall’inizio del conflitto tra la sola popolazione Karen.

Le ragioni della guerra sono varie. In primo luogo il Myanmar è il secondo produttore di oppio al mondo dopo l’Afghanistan, con più di 60 mila ettari di piantagioni di papavero. In secondo luogo la divisione della popolazione in numerose etnie e la repressione del regime militare spinge alcune di queste a cercare l’indipendenza dallo stato birmano attraverso l’uso di delle armi.

Tutte le parti in lotta si finanziano con i proventi della vendita di eroina. La Cina, insieme a Singapore, ha venduto armi al regime militare al governo, ma negli ultimi anni ha iniziato a temere le connessioni tra i cartelli criminali birmani e le mafie cinesi. Attualmente i signori della guerra e della droga ottengono le armi attraverso un commercio clandestino con la Russia e l’Europa dell’est.

Secondo un rapporto dell’organizzazione Free Burma Rangers, l’esercito birmano ha attaccato da nord e da ovest lo stato dei Karen, disperdendo la popolazione. Molti Karen hanno attraversato il fiume Salween, al confine tra Myanmar e Thailandia, per fuggire dagli attacchi dell’esercito birmano. Sono oltre cinque mila gli sfollati finora causati dall’offensiva iniziata nel marzo 2004. Le truppe governative bruciano continuamente villaggi, spargono mine antiuomo e lanciano colpi di mortaio sui civili in fuga. La scarsità di notizie provenienti dalla zona non permette di conoscere, in tempi ragionevolmente rapidi, l’evoluzione del conflitto che resta uno dei più sconosciuti e dimenticati.

a cura di Marco Mattiuzzo “Haidao”





Comments are closed.

SOSTIENI LA NOSTRA INDIPENDENZA GIORNALISTICA
Onestà intellettuale e indipendenza sono da sempre i punti chiave che caratterizzano il nostro modo di fare informazione (o spesso, contro-informazione). In un'epoca in cui i mass media sono spesso zerbini e megafoni di multinazionali e partiti politici, noi andiamo controcorrente, raccontando in maniera diretta, senza filtri né censure, il mondo che viviamo. Abbiamo sempre evitato titoli clickbait e sensazionalistici, così come la strumentalizzazione delle notizie. Viceversa, in questi anni abbiamo smontato decine di bufale e fake-news contro la cannabis, diffuse da tutti i principali quotidiani e siti web nazionali. Promuoviamo stili di vita sani ed eco-sostenibili, così come la salvaguardia dell'ambiente e di tutte le creature che lo popolano (e non solo a parole: la nostra rivista è stampata su una speciale carta ecologica grazie alla quale risparmiamo preziose risorse naturali). ORA ABBIAMO BISOGNO DI TE, per continuare a svolgere il nostro lavoro con serietà ed autonomia: ogni notizia che pubblichiamo è verificata con attenzione, ogni articolo di approfondimento, è scritto con cura e passione. Questo vogliamo continuare a fare, per offrirti sempre contenuti validi e punti di vista alternativi al pensiero unico che il sistema cerca di imporre. Ogni contributo, anche il più piccolo, per noi è prezioso. Grazie e buona lettura. CONTRIBUISCI.

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti, questi ultimi per fornire ulteriori funzionalità agli utenti, quali social plugin e anche per inviare pubblicità personalizzata. Cliccando su (Accetto), oppure navigando il sito acconsenti all’uso dei cookie. Per negare il consenso o saperne di più
Leggi informativa privacy

<b>Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!</b>

This happens because the functionality/content marked as "%SERVICE_NAME%" uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: "click.