I primi giorni di aprile 2020 un violento incendio è scoppiato intorno alla centrale di Chernobyl, teatro del più grave incidente nucleare della storia, avvenuto nel 1986, che creò una nube tossica che si diffuse su gran parte dell’Europa e che rese inabitabile l’area intorno alla centrale fino ai giorni nostri.
Più di cento vigili del fuoco sono impegnati nel domare l’incendio e si registra un picco di radiazioni 16 volte superiori alla norma, secondo quanto sostiene Yegor Firsov, capo del servizio di ispezione ambientale ucraino che ha lanciato l’allarme sulla sua pagina Facebook. Da allora non ci non ci sono più state notizie ufficiali, ma il suo contatore ripreso nel video mostrava livelli di radioattività di 2.3 microsievert, quando la norma sarebbe 0.14 e la quantità massima consentita di radiazione di fondo naturale nell’area di Chernobyl è 0.5 microsievert all’ora.

L’impianto di Chernobyl è stato definitivamente chiuso solo nel 2000 e dal 2016 il reattore che esplose è chiuso da una cupola protettiva. La popolazione non è autorizzata a risiedere nella zona per un raggio di 30 chilometri per i prossimi 24.000 anni, ma tutti sanno che centinaia, forse migliaia di disperati ci vivono. Non a caso Yegor Firsov nel suo intervento se la prende con i contadini che dalla primavera all’autunno provocano incendi dolosi, come quello verificatosi nel 2018.

Diversi studi hanno rilevato che l’intero ecosistema intorno alla centrale nucleare di Chernobyl ha un problema fondamentale in quanto gli organismi decompositori, come i microbi, i funghi e alcuni insetti non sembrano più in grado di svolgere correttamente le loro funzioni essenziali per qualsiasi ambiente: il riciclaggio della materia organica nel terreno. La conseguenza è che gli alberi nella famigerata “Red Forest”, una zona dove tutti gli alberi di pino sono diventati di un colore rossastro e poi sono morti poco dopo l’incidente, non sembravano essere in decomposizione per come dovrebbero. Ecco perché più volte gli scienziati hanno lanciato l’allarme sull’elevato rischio di incendi nell’area. La lettiera non decomposta, accumulatasi in questi anni, rappresenta infatti una buona fonte di combustibile per un incendio boschivo.

Già nel 2008  Timothy A. Mousseau, del Department of biological sciences dell’università della South Carolina, ammoniva che un grande incendio nell’area rossa di Chernobyl avrebbe potuto provocare un altro fall-out radioattivo, con la cenere contaminata che sarebbe andata a ricadere fuori dalla zona di esclusione. «C’è una crescente preoccupazione che ci possa essere un incendio catastrofico nei prossimi anni», diceva Mousseau, una frase che oggi speriamo non suoni come una profezia.





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