Dovrebbero indurci a una profonda riflessione le parole pronunciate nel mese di agosto durante un’intervista da Paolo Barilla, vicepresidente dell’omonimo gruppo, nonché presidente dell’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane. Il manager in questione, dopo avere puntualizzato come produrre una pasta a “glifosato zero” sia un’operazione senza dubbio possibile ma solamente alzando i prezzi di produzione, si è sentito in dovere di aggiungere che nel caso si producesse una pasta “perfetta” in una zona del mondo non contaminata e senza l’ausilio della chimica, un piatto di pastasciutta arriverebbe a costare due euro anziché 20 centesimi come accade oggi.

Se dal punto di vista industriale un ragionamento di questo genere potrebbe avere senso, qualora si facesse riferimento a beni di consumo non commestibili, il discorso cambia radicalmente quando riguarda i prodotti alimentari e la salute umana.

Il glifosato, oltre ad essere l’erbicida più usato nel mondo, è stato riconosciuto a livello unanime dalla comunità scientifica globale come agente cancerogeno, nonostante le forti pressioni della UE continuino a ritardarne nel tempo la definitiva messa al bando, pur esistendo molteplici studi che dimostrano come sia in grado di compromettere l’equilibrio ormonale e renale e danneggiare gravemente il fegato.

Come sicuramente molti di voi ricorderanno il problema della presenza di glifosato all’interno della pasta aveva già suscitato un certo scalpore qualche anno fa, quando un’inchiesta di Report su Rai3 aveva portato alla luce come fossero state riscontrate tracce dell’erbicida praticamente in tutti i maggiori marchi di pasta venduti in Italia e Coldiretti aveva condotto una vera e propria “crociata” contro le navi che trasportavano grano canadese. Scalpore che poi era stato stemperato dalla notizia che le tracce di glifosato presenti all’interno della pasta erano notevolmente inferiori ai limiti imposti dalla legge e che sarebbe stato necessario consumare un centinaio di kg di pastasciutta al giorno perché costituissero un serio problema per la salute.

I dati si riferiscono al 2017

Non esistono dubbi sul fatto che la presenza di glifosato all’interno di un piatto di pasta risulti notevolmente inferiore rispetto ai limiti previsti dalla legge e che una quantità così modesta dell’agente chimico non sia probabilmente in grado, da sola, di farci ammalare, ma tutti noi quotidianamente non mangiamo solo pastasciutta bensì anche molti altri cibi che contengono a loro volta sostanze chimiche (con ogni probabilità anche glifosato). Inoltre, le patologie insorgono senza curarsi troppo della legislazione “di comodo” troppo spesso influenzata dalle lobby che banchettano a Bruxelles.

Quello che invece traspare, neppure troppo velatamente, dalle parole di Paolo Barilla è un dato di fatto assai preoccupante ormai diventato parte integrante della modernità. Se si desidera mettere insieme il pranzo con la cena, riuscendo al tempo stesso a mantenere una casa, una macchina ed una famiglia, attraverso i miseri salari che ci accompagnano (se si ha la fortuna di avere un lavoro) nella nostra quotidianità, bisogna mangiare cibo “spazzatura” qualitativamente mediocre e potenzialmente pericoloso per la nostra salute, accontentarsi e non fare troppe domande. La pretesa di mangiare cibo genuino che non contenga sostanze pericolose, può essere accampata esclusivamente qualora si abbia il portafoglio gonfio e ci si possa permettere quello che in tutta evidenza viene ormai considerato un lusso per pochi.

E naturalmente non si tratta solamente della pastasciutta, ma praticamente di tutti i prodotti attraverso i quali imbandiamo la nostra tavola. Il cibo industrializzato di basso costo riveste ormai un ruolo preponderante nell’alimentazione di chiunque debba forsennatamente barcamenarsi nel tentativo di arrivare alla fine del mese. Si tratta di prodotti provenienti dagli allevamenti e dalle colture intensivi, resi appetibili attraverso l’uso degli additivi chimici che ci danno l’illusione di gustare pranzi gustosi e accattivanti, ingannando chimicamente i nostri sensi. Si tratta di alimenti che offrono al nostro organismo enormi quantità di calorie “vuote” a fronte di scarsissime proprietà nutrienti, intossicando il nostro corpo e spesso provocando malattie sulla cui reale causa non verrà mai fatta luce per evitare danni rilevanti al comparto dell’industria alimentare.

L’alternativa esisterebbe ed esiste, ma come ci ricorda Paolo Barilla è il piatto di pasta che verrebbe a costare due euro, la bistecca che ne costerebbe 20, l’insalata da 15, il piatto di pesce da 30 euro o l’arancia da 5, tutti miraggi incompatibili con il bilancio di una famiglia normale. Non esiste dunque altra possibilità, se non quella di ammalarsi al discount (e non solo), ingurgitare cibo spazzatura e magari farlo con il sorriso, pensando che in fondo siamo fortunati  perché almeno quello fino ad adesso, grazie alla “benevolenza” dell’industria alimentare, ce lo possiamo ancora permettere.





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