Si tratta di una sentenza storica. Non era mai avvenuto, infatti, che la Monsanto, la multinazionale di biotecnologie agrarie, fosse condannata a risarcimenti da record a favore di un privato cittadino per i danni causati da due prodotti di largo consumo a base di glifosato, il diserbante da lei stessa brevettato.

Un precedente importantissimo che apre la strada, solo negli Stati Uniti, a 5000 processi che porteranno sul banco degli imputati lo stesso erbicida, per la prima volta riconosciuto da una giuria rischioso per la salute. Una valanga di ricorsi volti ad ottenere giustizia e che dal prossimo autunno, quando è in programma l’inizio del primo di una lunghissima serie di processi, riporteranno all’attenzione pubblica una faccenda mai chiarita anche per i grossi interessi ad essa collegati.

Ad emettere la sentenza è stato, pochi gioni fa, un tribunale di San Francisco che ha riconosciuto la multinazionale colpevole di «aver agito con malizia, minacciando gli scienziati che proclamavano i danni possibili causati dal glifosato. Inoltre non ha mai rivelato agli acquirenti i rischi dovuti all’utilizzo di questi erbicidi». Per questo, l’azienda acquistata a giugno da Bayer, è stata condannata a risarcire 39 milioni di dollari come ricompensa e altri 250 milioni come danni collaterali a Dewayne Johnson, 46 anni ed un linfoma non-Hodgkin che potrebbe portarlo alla morte entro il 2020. L’uomo, ex giardiniere e custode di istituti scolastici nella zona di San Francisco, ritiene, con il favore della giuria, che la sua malattia sia stata causata dall’uso dell’erbicida Roundup e Ranger Pro, prodotti a base di glifosato di proprietà di Monsanto, appunto, spruzzati almeno trenta volte l’anno nel corso del suo lavoro. I legali Monsanto-Bayer hanno già annunciato che faranno ricorso in appello e la tedesca Bayer ha precisato: «La decisione della giuria non cambia il fatto che più di 800 studi e valutazioni in tutto il mondo hanno confermato che il glifosato non è cancerogeno». Studi e risultati su cui grava il sospetto di essere “contaminati” proprio dagli interessi delle multinazionali che finanzierebbero le ricerche stesse.

Introdotto nell’agricoltura statunitense negli anni Settanta, il glifosato è l’erbicida più diffuso al mondo, per via della sua efficacia e della minore tossicità rispetto agli analoghi prodotti che erano disponibili quando è stato messo in commercio. Ha avuto una grande diffusione perché alcune coltivazioni geneticamente modificate sono in grado di resistergli: distribuendo il glisofato sui campi si elimina ogni erbaccia o pianta tranne quella resistente che si desidera coltivare. Si aumenta così la resa per ettaro e si riduce l’impegno per l’agricoltore. Inoltre, tra le caratteristiche a renderlo tanto popolare c’è quella di rimanere negli strati superficiali del terreno e di essere degradato e distrutto con relativa facilità dai batteri del suolo. Il brevetto della Monsanto è scaduto nel 2001 e da allora il glifosato è prodotto da un gran numero di aziende.

Uno studio svolto con il glifosato somministrato ai ratti sembrava averne dimostrato la cancerogenicità. Tuttavia, l’articolo pubblicato nel 2012 è stato in seguito ritrattato per problemi di metodo e i dati non sono mai stati replicati in studi di qualità superiore. Dopo attenta analisi delle prove disponibili, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione ha classificato il glifosato nel gruppo 2 A, tra i probabili cancerogeni. Nella stessa categoria sono presenti sostanze come il DDT e gli steroidi anabolizzanti, ma anche le emissioni da frittura in oli ad alta temperatura, le carni rosse, le bevande bevute molto calde e le emissioni prodotte dal fuoco dei camini domestici alimentati a legna o con biomasse. Nel 2017 EFSA, OMS e FAO hanno espresso giudizi più rassicuranti, ritenendo che «è improbabile che il glifosato comporti un rischio di cancro per l’uomo come conseguenza dell’esposizione attraverso l’alimentazione» ma hanno previsto comunque misure di cautela.

L’utilizzo di questo erbicida è approvato in 130 paesi su più di 100 colture diverse. In Europa, dove sarà possibile farne uso almeno fino al 2022, si osservano decisioni differenti da paese a paese: dal divieto di vendita ai privati per uso casalingo come in Olanda fino al divieto voluto in Italia di commercializzazione della combinazione del glifosato con ammina di sego polietossilata che potrebbe essere all’origine dei problemi di tossicità per l’uomo. In ogni caso, dal 2016 sul nostro territorio non è possibile utilizzare il diserbante in aree sensibili, come parchi, scuole, aree giochi, campi sportivi. In Italia l’obiettivo è quello di eliminarne completamente l’uso entro il 2020.

Come si legge sul sito dell’Airc, il caso del glifosato rappresenta, al momento attuale, un buon esempio di sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, nei confronti della quale le istituzioni hanno deciso di mettere in atto il principio di precauzione: non vietarne del tutto l’uso (mossa che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi.

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