Tra qualche anno si parlerà di “giustizia ai tempi del COVID-19” per indicare quella situazione di sospensione delle garanzie costituzionali che è stata adottata e, che, seppure in modo meno plateale, continua, però, a persistere, sulla scorta dell’apparente ragione data dall’emergenza sanitaria.

Il giro di vite, assai gradito da molti ambienti vicini all’attuale Ministro di Giustizia, soprattutto, quelli che si riconoscono sia in un’ala della magistratura che non ha mai fatto mistero (anche in modo tracotante) di ambire a una deriva giustizialista, sia in alcuni media che da sempre fungono da megafono per l’ablazione del diritto di difesa e della presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27 Cost., ha investito in particolar modo, sia il pianeta carceri, che più complessivamente il sistema giurisdizionale.

Il Ministero non solo si è trovato del tutto impreparato (anche se l’impreparazione pare il tratto distintivo dell’attuale inquilino di Via Arenula e dei suoi consiglieri) a fronteggiare la difficile situazione dei penitenziari italiani, ma, soprattutto, ha manifestato un soave disinteresse al destino dei detenuti, esposti a potenziali forme di contagio, con conseguenze devastanti.

L’ottica del Ministro, per la quale chi è detenuto in carcere deve subire la sola funzione retributiva della pena, è tanto semplice, quanto sconvolgente al contempo.

In questa (il)logica, quindi, nessun serio intervento è stato adottato, mettendo a repentaglio non solo la vita dei detenuti, ma anche quella di tutti gli operatori carcerari, uniti su di una nave – quella del sistema carcerario – che, novello Titanic, veniva sballottata dai marosi della paura della pandemia. Nel mentre il Ministro – come il pianista della nave – continuava a suonare l’unico pezzo che conosce e cioè rivendicava non meglio precisati titoli di lotta alla mafia, che – a suo dire – avrebbero fatto impallidire chiunque l’abbia preceduto. Neppure di fronte a iniziali gravi disordini (che hanno provocato addirittura vari morti) il Ministro si è scomposto.

Una situazione che in qualsiasi altro paese del mondo avrebbe comportato le dimissioni di chi pretende di governare la giustizia, e che in Italia dopo qualche giorno è stata dimenticata vergognosamente, non solo da tutte le forze politiche, ma soprattutto dai cittadini, che questa situazione ha parzialmente lobotomizzato, atrofizzando la loro coscienza critica.

Non frequento più da tempo con continuità le Case Circondariali, ma ritengo che la pandemia non abbia assunto livelli e conseguenze drammatiche, solo per il grande senso di responsabilità di tutti i protagonisti di questo segmento giudiziario.

Non voglio, poi, sollevare polemiche sulla generale sospensione delle garanzie costituzionali, adottata con procedure che più volte si sono rivelate illegittime, ma che nessuno (a livello politico o di magistratura e neppure il Presidente della Repubblica che è un costituzionalista) con forza ha mai contestato e che appaiono una inquietante forma di strisciante, quanto incruento golpe. La sempre più ampia delega di poteri alle forze dell’ordine o a sindaci sceriffi, sottratti a controlli preventivi o successivi di legittimità, ne è inquietante indizio. Non posso, però, non richiamare l’attenzione del paziente lettore sulla circostanza che le garanzie che ho citato sono state pesantemente violentate in materia di procedimenti penali.

La ingiustificata sospensione dei termini processuali per quasi due mesi, il regime transitorio successivo, una sorta di Babele giurisdizionale, per il quale vi è una selezione dei processi da celebrare, attraverso forme tecnologicamente avanzate, ma discutibili, sono sotto gli occhi di tutti, ma pochi ne hanno compreso l’effetto destabilizzante. Pensate alla circostanza che oggi si celebrano pochissimi processi – soprattutto quelli con imputati detenuti (con buona pace di chi attende da anni di essere giudicato e diviene imputato a vita). Pensate che si cerca di tenere udienze in video conferenza sempre e comunque, anche in situazioni che, sul piano logico, dimostrano, invece, la necessità della presenza fisica delle parti nel medesimo ambito.
La ipocrita tesi del cd. “distanziamento sociale” (anticamera dell’azzeramento dei rapporti interpersonali diretti) fondata su di una campagna di assoluta paura del virus, calata nel mondo della giustizia, mira solo a creare una generale situazione di robotizzazione del processo.

Io non sono contrario aprioristicamente all’evoluzione tecnologica nel processo penale, anzi. Penso, però, che le cd. udienze da remoto possano avere una funzione positiva, se circoscritta e limitata ad alcune fasi procedimentali. Giammai esse potranno essere svolte per quelle fasi essenziali del processo penale, come da esempio esaminare testimoni o dare corso alla discussione finale e noi avvocati dobbiamo esercitare il potere di rifiutare nell’interesse dei nostri assistiti.

È, quindi, certamente importante che la macchina della giustizia si aggiorni, ma se si vogliono utilizzare nuovi ed efficaci strumenti, il primo adeguamento deve investire la mentalità e deve spazzare via la burocrazia. Ad esempio, i processi relativi alla cannabis dovranno connotarsi per una maggiore apertura alla difesa e ad attività di indagine peritale scientifica, che ancor oggi non sempre viene svolta e che, invece, appare sempre più decisiva. Lo smart working nel settore giustizia presuppone che anche a casa del lavoratore vi sia una rete intranet che oggi i pubblici dipendenti non hanno e, soprattutto, impone una produttività che deve espletarsi anche senza controlli gerarchici. Le udienze da remoto non devono divenire un comodo alibi per ridurre la produttività dei magistrati (che già di per sé non è all’apice), quanto piuttosto devono costituire un’occasione per creare nuove forme di esercizio dell’attività giurisdizionale, senza compressione dei diritti dei protagonisti del processo. Gli avvocati, da loro canto, non devono rimanere su posizioni conservatrici, rifiutando la evoluzione dei mezzi processuali. Tutto questo percorso evolutivo, però, non potrà soppiantare l’uomo e il suo patrimonio ideale ed emotivo. Se non torneremo al rispetto delle tutele costituzionali come potremo dire che “è andato tutto bene”?





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