Gli ultimi traguardi sono stati quello di essere nominato come consulente scientifico dell’OMS prima del processo di revisione sulla cannabis terminato di recente, e quello di aver identificato un nuovo cannabinoide. Non male per un ricercatore che ha iniziato a dedicarsi alla cannabis relativamente da poco e che, prima di “innamorarsi” di questa pianta, era scettico sull’utilizzo dei cosiddetti fitoterapici, e cioè i farmaci che derivano da piante e sostanze naturali.

Giuseppe Cannazza è un ricercatore chimico che lavora presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia ed è uno di quegli studiosi italiani che stanno contribuendo a cambiare la visione della cannabis in medicina, anche se lui, davanti a questa definizione, si schermisce definendosi «soltanto un chimico farmaceutico che studia i cannabinoidi e in particolare la composizione chimica della cannabis». Secondo Cannazza infatti, il problema con la cannabis è che mentre per tutti gli altri medicinali si parla in genere di un unico principio attivo, in questo caso non è possibile procedere in questo modo. «Ad esempio per l’oppio, si parla del principio attivo che causa analgesia cioè morfina. Nella cannabis la composizione chimica è estremamente variabile. Oggi per un medico dare la cannabis non significa niente perché esistono mille varietà, ciascuna con una composizione chimica e principi attivi specifici; non solo, perché anche in base al metodo di estrazione e della preparazione del galenico che viene somministrato al paziente, cambia completamente la composizione chimica che nella cannabis è stata studiata pochissimo; essendo la base, serve uno studio approfondito, perché è da qui che si deve partire».

Che effetti potrà avere in medicina la decisione dell’OMS di riclassificare la cannabis?
Avrà degli effetti importantissimi, si tratta della prima revisione scientifica della cannabis e nelle raccomandazioni è stato riconosciuto il suo valore medico (e Cannazza sottolinea il contributo della collega e ricercatrice Cinzia Citti, coautrice dei report dell’OMS, nda). Questo implica che mentre prima era inserita non solo nella tabella I, quella delle sostanze potenzialmente pericolose, ma anche nella tabella IV della convenzione sugli stupefacenti del 1961, quella in cui sono poste tutte le sostanze che non hanno valore medico, se le raccomandazioni venissero accettate, la cannabis rimane in tabella I ma viene eliminata dalla tabella IV, con un valore medico indiscutibile. A marzo 2020 è prevista la votazione di oltre 50 paesi delle Nazioni Unite, che dovranno accettarle o meno.



Invece quando parla della composizione chimica della cannabis, si va al di là dei soli cannabinoidi, visto che contiene oltre 600 sostanze e ci sono varietà che magari, anche se hanno lo stesso contenuto di un singolo cannabinoide, hanno degli effetti completamente diversi proprio per la composizione.
Certamente; mettiamo il caso di un medico che la prescrive a un paziente e vede che una varietà funziona e l’altra no, nonostante la stessa concentrazione di cannabinoidi principali come THC e CBD, e non c’è nessuno che gli dica che cosa c’è di diverso nei due campioni che ha somministrato: è difficile che il dottore riesca a risalire a quale sia il principio attivo che dà l’effetto farmacologico.

La strada futura è quella di avere delle infiorescenze standardizzate per quelli che possono essere i vari principi attivi, oppure la creazione di farmaci che ne utilizzano solo alcuni?
Secondo me entrambe le cose. Nel senso che per alcune patologie possono essere estratti alcuni principi attivi della cannabis, o magari in futuro si capirà quali hanno effetto farmacologico su determinate patologie, mentre su altre varrebbe la pena incominciare a fare dei profili chimici delle diverse varietà per arrivare a somministrarle per singole patologie.

Nel frattempo lei, insieme ad altri ricercatori, ha identificato un nuovo cannabinoide…
La nostra attività di ricerca continua. Nel cannabidiolo (CBD) estratto dalla canapa c’era un’impurezza che, oltre a una piccola percentuale di cannabidivarina (CBDV), conteneva un altro cannabinoide che chiamavamo CBDC4, che però non era mai stato identificato. E così l’abbiamo identificato e battezzato con il nome cannabidibutol (CBDB) e pensiamo che ci sia anche il corrispondente, il THCB, tetraidrocannabutol, che stiamo identificando.

Giuseppe Cannazza

Ad oggi ne sono stati identificati circa 120, pensa che ce ne siano altri importanti da scoprire?
Molti di quelli ad oggi identificati, e c’è chi parla di 120 e chi di 146, sono artefatti, nel senso che sono dovuti al metodo di estrazione. Se si estrae riscaldando e in presenza d’ossigeno, ad esempio, è possibile che ci siano fenomeni di ossidazione o altro, e quindi ci sono cannabinoidi che non sono prodotti dalla cannabis, ma dalla degradazione dei cannabinoidi stessi. Ad ogni modo è possibile che ci sia lo spazio per identificarne altri, anche perché possono esserci delle varietà che possono darci delle sorprese. Alcune varietà potrebbero avere dei cannabinoidi particolari.

Si sente spesso dire che la cannabis non è stata studiata abbastanza. Dall’altro lato ci sono farmaci approvati dall’FDA americana dopo un singolo studio, mentre di studi sulla cannabis ce ne sono diverse migliaia…
È vero, però la maggior parte sono di carattere farmacologico e terapeutico, e non chimico e di composizione. Se si somministra un estratto di cannabis senza conoscere bene la sua composizione, lo studio perde di significato e di forza. È come costruire una casa senza fondamenta, anche se nella scienza è normale perché noi siamo abituati ad avere una singola molecola, un principio attivo e si studia quello con mille pubblicazioni e sfaccettature. La cannabis non può essere studiata in questo modo, l’approccio deve essere completamente diverso.

In più si aggiunge il fatto che va a lavorare sul sistema endocannabinoide che è stato scoperto relativamente di recente…
Assolutamente. Io ad esempio sono convinto che si troveranno nuovi recettori dei cannabinoidi. Per adesso ci sono il CB1 e il CB2, ma ad esempio per il CBD ad oggi non si capisce bene quale sia il recettore specifico. Sembra che agisca su diversi recettori. Come facciamo a testare la capacità farmacologica del nuovo cannabinoide che abbiamo identificato se non c’è un recettore specifico per il CBD?

Ho letto che lei era scettico sui fitoterapici ma che poi studiando la cannabis si è ricreduto, è vero?
Sì, è vero, nel senso che sono un chimico farmaceutico classico e mi sono affacciato alla cannabis in modo un po’ scettico ma mi sono dovuto ricredere perché mi sono innamorato. Per me la cannabis è un’industria farmaceutica vegetale: a seconda della varietà posso produrre il principio attivo che mi serve per una determinata patologia. Il mio approccio di studio l’ho applicato alla cannabis e mi ha permesso di fare delle scoperte interessanti.

Come li vede i cannabinoidi sintetici come il Nabilone?

Il problema sostanziale è questo. L’oppio può contenere una quantità variabile del principio attivo morfina. Allora il chimico farmaceutico la estrae o la sintetizza e crea un medicamento, in modo tale che il medico sappia esattamente che cosa sta somministrando e in che quantità. Venne fatta la stessa identica cosa quando Mechoulam identificò il THC, che venne sintetizzato e venne fatto il medicamento a concentrazioni determinate e venne messo in commercio. Il problema è che questo farmaco non trovò alcun successo: serviva per le indicazioni terapeutiche previste ma dava anche un grande stordimento per l’effetto psicoattivo e i pazienti preferivano la cannabis in quanto tale. E questo spiazzò tutti quanti. Una delle spiegazioni si trova negli effetti farmacologici del THC e del CBD. Il THC è un’agonista dei recettori CB1 e CB2 mentre il CBD sembra avere un’azione contraria, come se modulasse l’effetto del THC. E quindi è come se ci volessero entrambi i cannabinoidi.

Torniamo al fatto che non si potrà procedere con gli altri farmaci e chiudiamo il cerchio.
Esatto, è quello che distingue la cannabis dagli altri farmaci.





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