Forse, quando decisero di acquistare dei vastissimi appezzamenti di terreno in Patagonia, i Benetton non ricordavano un film del 1974 diretto da Hector Olivera e tratto da un romanzo di Osvaldo Bayer. Il film si chiamava ”La Patagonia rebelde” (parlava di ribellioni sindacali) e non ci vuol molto a capirne la traduzione italiana che sottolinea lo spirito di una terra che da secoli si è sentita oppressa e sfruttata e che, quando ha potuto, ha tentato di rialzare la testa, di ribellarsi, appunto. Come accaduto a Buenos Aires in passato, con la manifestazione seguita alla scomparsa di un attivista mapuche, Santiago Maldonado.

Nel 1991 Carlo Benetton acquistò in Patagonia 900 mila ettari di terra, una immensità destinata agli allevamenti di pecore da sfruttare per la vocazione tessile del gruppo di famiglia. Una favola, da un punto di vista imprenditoriale, visto il confronto tra l’investimento e quanto ottenuto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, c’è sempre un ”cattivo” in agguato, una strega, un lupo, un orco, una matrigna e due sorellastre e per i Benetton questo ruolo è stato assunto dai mapuche, un gruppo di indigeni della Patagonia che, alla fine del Diciannoversimo secolo, furono letteralmente annientati dagli argentini, decisi a spegnere con ogni mezzo qualsiasi tentativo di opporsi alla politica di espansione economica verso sud del governo di Buenos Aires.

I mapuche di oggi hanno cercato di opporsi a quello che ritengono uno sfruttamento indiscriminato della terra ancestrale occupandone una porzione infinitesimale da dove fare partire la desiderata rinascita della loro gente. Mapuche quindi a rivendicare il diritto a continuare a vivere nella culla della loro tradizione, ma mapuche anche i mandriani che lavorano per Benetton allevando pecore e cavalli.
Il punto che vede su posizioni nettamente opposte i mapuche e Benetton è quello dell’effettivo diritto degli indigeni a reclamare la terra che, replicano i legali del gruppo tessile italiano, non è affatto la loro perché essi non sono autoctoni, ma arrivano dal Cile. Quindi, come immigrati, non hanno diritto a rivendicare nulla.

Per la portavoce del gruppo indigeno, Soraya Maicoño, i mapuche sono stati sempre oggetto di violenze e soprusi (il riferimento è agli anni a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo): ”Uccisero e umiliarono i nostri nonni, davano le nostre ragazze agli uomini di Buenos Aires. Hanno piegato le loro teste, ma abbiamo detto basta. Non abbiamo più paura“.
Regione selvaggia, la Patagonia è sempre stata una terra che ha dato ospitalità a fuorilegge, anche a quelli che venivano dal Nord, dagli Stati Uniti, come i mitici Butch Cassidy e Sundance Kid che speravano di potervi cominciare una nuova vita e finirono per essere massacrati dai federali a Cholila, a pochi chilometri dal quartier generale della Benetton.
L’ultimo tentativo dei mapuche di occupare delle terre si è concluso con dei tafferugli e dei feriti, ma niente di più. È sulla visione del futuro che le posizioni del gruppo italiano e degli indiani restano divergenti.

Per i mapuche avere una terra, anche se una piccola porzione, può ridare loro la dignità e creare anche le condizioni economiche per andare avanti. Niente di più sbagliato, aveva replicato a “El Pais” Ronald McDonald, d’origini scozzesi, direttore generale del ramo d’impresa della Benetton che opera in Patagonia. McDonald difende a spada tratta il latifondo così frequente in tutta l’Argentina, il solo sistema economico che, a suo avviso, può garantire il benessere delle comunità, a maggior ragione in Patagonia. Dove, sostiene, ”solo le grandi estensioni funzionano, per gli inverni  troppo duri. Se offriamo loro (ai mapuche, ndr) alcuni ettari avranno solo un’economia di sussistenza con aiuti di Stato. Noi abbiamo 130 dipendenti diretti e diamo lavoro ad altre 200 persone, con un’economia sostenibile“.

Due filosofie destinate a restare per sempre inconciliabili, sino a quando almeno una continuerà a parlare di tradizioni e l’altra di economia.

a cura di Diego Minuti





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