La storia di Giuseppe Impastato è quella di una battaglia iniziata 50 anni fa dal fratello maggiore, Peppino, che lui ha scelto di portare avanti per «restituire dignità alla sua memoria».

È un uomo che negli anni ha visto morire lo zio, il padre ed il fratello, e nonostante tutto ha continuato a combattere con accanto la mamma Felicia, fino al 2004 anno della scomparsa, gli amici di sempre e tante persone comuni che hanno scelto di schierarsi, di prendere una posizione netta.

Un uomo nato in una famiglia mafiosa, che quando ha visto il fratello ribellarsi e morire per le sue idee che facevano paura per la loro portata rivoluzionaria, era un ragazzo che ha trovato la forza di seguire le sue orme, sfidando il proprio temperamento e la società che lo circondava, prendendo in mano il testimone di una lotta che tocca vette altissime per morale, etica e sacrifici.

Un racconto scritto nero su bianco nel libro “Oltre i cento passi”, in cui rievoca la rivoluzione culturale iniziata da Peppino, che non solo ha usato strumenti nuovi e dissacranti per smitizzare il potere mafioso, ma lo ha fatto «operando una rottura storica e culturale perché non avviene solo all’interno della società in cui ha vissuto, ma soprattutto all’interno della propria famiglia, di origine mafiosa». Non lo hanno fermato il ripudio del padre, le minacce di morte e nemmeno la morte del padre stesso, ucciso dalla stessa mafia di cui faceva parte e che aveva tentato di proteggerlo, dopo aver capito che non si sarebbe mai fermato.

Una testimonianza profonda e quanto mai attuale, dopo la recente sentenza sulla trattativa stato-mafia che ha dimostrato come la criminalità organizzata non sia un corpo estraneo in lotta con le istituzioni, ma un’organizzazione che è riuscita a far parte dello stato stesso, condizionandone le decisioni per il proprio tornaconto.

Per la prima volta ha fatto il punto della situazione su mafia e antimafia in Italia con il libro “Oltre i cento passi”. Quali sono le sue principali considerazioni?
La prima è quella di dare la giusta identità alla storia di Peppino, che non è un eroe, non è un mito né un’icona: lo dobbiamo considerare un punto di riferimento. All’interno della sua storia c’è un messaggio che non è solo di impegno civile, di lotta e di speranza, è soprattutto un messaggio educativo per le nuove generazioni. Poi ho voluto chiarire che la mafia non è mai stata l’anti-stato, anzi, è nel cuore dello stato per quanto riguarda la realizzazione delle grandi opere pubbliche, del sistema degli appalti, la gestione del denaro pubblico ed i rapporti con la politica. Le morti di Falcone, Borsellino, del generale Dalla Chiesa e degli uomini delle loro scorte, sono avvenute perché queste persone hanno cercato di bloccare un processo di appropriazione illegale all’interno dello stato. 
La nuova mafia di oggi è la borghesia mafiosa, non più persone con la quinta elementare: oggi la strategia della mafia viene dettata da persone che per estrazione sociale e professione fanno parte della borghesia. I mandamenti ci sono ancora ma si limitano ad eseguire gli ordini.

Ha anche chiarito cos’è per lei il concetto di legalità…
Non è solo il rispetto delle leggi, ma si tratta innanzitutto del rispetto dell’uomo e della vita umana. Questi sono i concetti del libro oltre al racconto del mondo che è nato dopo la realizzazione del film con una serie di incontri con insegnanti e studenti, tutte le iniziative fatte con il coinvolgimento dei giovani che oggi ci troviamo a fianco.

Lei ha raccontato di non aver avuto il coraggio di ribellarsi come suo fratello, ricordando l’episodio in cui si Peppino rifiutò di stringere la mano al boss Badalamenti, ma oggi ha raccolto a pieno il testimone e si batte in prima persona girando l’Italia in modo instancabile…
Abbiamo raccolto il testimone e io sono stato aiutato da tante persone che ho avuto vicino in questi anni: abbiamo camminato con il suo coraggio. Nessuno me l’ha imposto, è stata una scelta mia che sono orgoglioso di avere fatto. Mi sono sentito coinvolto in pieno ed ho voluto lottare per dare dignità alla figura di Peppino che addirittura all’inizio era stato definito come un terrorista.

Si è appena concluso il processo sulla trattativa stato-mafia, che ne pensa?
Sono solidale con i giudici e credo sia stata una sentenza che ha fatto giustizia. Anche se forse il problema va oltre la trattativa perché, come dicevo, la mafia oggi si trova all’interno dello stato e a volte svolge ruoli importanti rendendosi protagonista in negativo di ciò che avviene nel nostro paese. Stiamo molto attenti: non consideriamo la mafia come un corpo estraneo o come un’organizzazione criminale che contrasta lo stato, nulla di tutto questo e questa sentenza ha dimostrato pure che oltre alla trattativa ci sono stati favoritismi e connivenze, per una vicenda scorretta da tutti i punti di vista.

Ci racconta qualcosa del Centro siciliano di documentazione?
È stata la prima associazione antimafia che si è costituita al mondo ed è nato nel 1977, quando Peppino era ancora vivo e poi nel 1980 è stato dedicato alla sua memoria. Ha avuto un ruolo importantissimo in tutti questi anni seguendo la vicenda giudiziaria in modo dettagliato con un grande lavoro di studio e di testimonianza, anche nelle scuole. Il centro Impastato è stato protagonista di tutte le battaglie che abbiamo portato avanti con importanti pubblicazioni come quelle di Umberto Santino, che si può considerare come uno tra i più grandi studiosi e conoscitori della mafia, per cui lascio immaginare a voi il valore di questo centro.

Mentre Casa memoria?

È un’altra cosa: è un’associazione che lavora in concomitanza ed assume un ruolo diverso, finalizzato direttamente alla memoria di Peppino.

Di recente ha scritto una lettera al direttore generale della Rai dopo l’invito a Porta a Porta del figlio di Totò Riina che presentava il libro scritto sul padre…
Sì, e ho anche deciso di pubblicarla nel libro, perché la ritengo importante. Un giornalista come Vespa, che non è la prima volta che si comporta in questo modo in una televisione pubblica pagata con i nostri soldi, aveva deciso di presentare un libro di uno scagnozzo mafioso, figlio di Totò Riina. È una cosa inqualificabile, anche perché il figlio non ha rinnegato il percorso del padre o le sue scelte, e alla domanda di Vespa: “Lei crede nello stato?”, ha risposto: “Lo stato mi ha rubato mio padre”, come se non fosse stato giusto condannarlo per i reati commessi: credo che la Rai non si possa permettere di fare pubblicità al figlio di un mafioso.

In questa battaglia che è innanzitutto culturale, quali sono gli strumenti necessari e i valori che cerca di trasmettere ai giovani?
Io cerco sempre di trasmettere il messaggio di Peppino. Ai ragazzi spiego sempre che bisogna partire dal basso, dal controllo del territorio perché è importante e dobbiamo difenderlo da ogni forma di speculazione e salvare la bellezza delle nostre terre denunciando le persone che commettono illeciti e gli amministratori se fanno male, ricordandosi di appoggiarli se invece fanno bene.

Poi è chiaro che Peppino sia stata una figura unica nella storia del movimento antimafia perché lui non era un poliziotto, non era un carabiniere né un giudice, non era pagato per svolgere questo ruolo e addirittura era figlio di un mafioso: lui opera una rottura storica e culturale perché non avviene solo all’interno della società in cui ha vissuto, ma soprattutto all’interno della propria famiglia, di origine mafiosa. È un messaggio importante. E poi il mezzo: Peppino si scaglia contro la mafia con quell’arma micidiale che è l’ironia; la famosa trasmissione Onda pazza metteva in ridicolo i mafiosi, li ha dissacrati e smitizzati.

Per finire mi riallaccio al contesto attuale ed ai mezzi mediatici di oggi, tra i reality e vari programmi che logorano i cervelli, con la De Filippi che sta facendo rimbecillire intere generazioni: sono cose dannose, oltre che deprimenti; non dico di morire sui libri, o d’impegno, ma ai ragazzi non fa bene passare le giornate davanti a computer e televisione e ci vuole qualcuno che lo dica, visto che non lo fa nessuno.

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