C’è un ruolo nella società mondiale che è direttamente responsabile della lotta alla fame, la malnutrizione e la povertà. Tanto importante quanto violentato (letteralmente) e non riconosciuto perché questo ruolo lo ricoprono più di un quarto della popolazione mondiale e si tratta di donne, delle donne rurali.

Secondo il FAO le donne rurali sono la possibilità per 100 milioni di persone di uscire dallo stato di povertà. Potrebbero far aumentare la produttività di una fattoria del 30%, perché garantiscono da sole il 43% della forza lavoro e producono la maggior parte del cibo disponibile. Potrebbero fare anche molto di più, se e solo se avessero pari opportunità, a livello giuridico ma anche quotidiano, se potessero prendere parte alle decisioni, se avessero equo accesso alle risorse. Ma tutto questo viene meno perché donne.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, attraverso la Risoluzione 62/136 del 18 dicembre 2007, stabilisce per il 15 ottobre la Giornata Mondiale delle donne rurali, la stessa settimana in cui si celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione e quella della Povertà. L’obiettivo è riconoscere “il ruolo chiave delle donne rurali nel promuovere lo sviluppo rurale e agricolo, contribuendo alla sicurezza alimentare e allo sradicamento della povertà rurali”.

Un compito che gioverebbe a livello sociale, oltre che economico. Tutto parte dall’emancipazione: assicurare educazione, accesso alla politica, ma anche solo alla sanità, potere di risoluzione nelle controversie, poter acquistare liberamente terreni e macchinari per una maggior produttività. Investire nelle donne rurali si traduce nel migliorare le condizioni di vita dei figli, della famiglia e della comunità nella quale vivono.

Rendere le donne parte attiva nella risoluzione della crisi alimentare mondiale permetterebbe di garantire una crescita globale e continuativa, svilcolandosi dalla morsa della soluzione facile e immediata, costruendo le fondamenta per un futuro mondiale più sicuro e indipendente.





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