George Weah è il nuovo presidente della Liberia. Ci aveva già provato nel 2011, ma la ” grande mano”, così i liberiani chiamano il potere americano, gli aveva sbarrato il passo.

Era ritenuto poco affidabile e gli preferirono una loro amica di vecchia data, Ellen Johnson Sirleaf. Studi in America, anni da funzionaria di primo piano nelle istituzioni finanziarie, ma soprattutto fedele assertrice degli interessi americani sullo strategico stato al centro del Golfo di Guinea. E delle sue immense risorse energetiche.

Quando gli americani decisero di rimuovere dal potere il presidente Samuel Doe, causa i suoi tentennamenti tra est ed ovest in piena guerra fredda, la simpatica signora scelse con altri maggiorenti Charles Taylor per essere il sanguinario esecutore di tale missione. E lo finanziò. Quando Taylor venne a sua volta scaricato dagli americani, la Sirleaf fu con loro e con i nuovi esecutori. E venne premiata.

Addirittura le si assegnò in piena campagna elettorale il Premio Nobel per la Pace. Una scorrettezza alla vigilia del voto, una violenza, poi, alla Commissione Verità, istituita dopo anni ed anni di guerra civile devastante che aveva invitato la Sirleaf, ed altri personaggi, a levarsi per sempre dai piedi visto il loro ruolo in quegli orrori.

Weah è allora un segno di speranza? Il suo avvento è segno di una rivolta verso i veri padroni di casa della povera Liberia? Ma no, assolutamente no. E’ solo divenuto affidabile, è solo ritenuto manovrabile. L’antico pallone d’oro è conosciuto per la sua quasi totale assenza dai lavori del Senato di cui era rappresentante. Sembra avere problemi di alcolismo, non ha alcuna preparazione, ma solo tanta ambizione.

Alla sua gente ha promesso lavoro, scuole e sanità gratuite. Nessun vero programma. Demagogia pura in un paese in piena crisi economica nonostante le sue ricchezze in petrolio, diamanti e legno. E’ però l’idolo dei giovani liberiani. Uno di loro che ce l’ha fatta. 

Per divenire presidente ha fatto tutti i possibili patti col diavolo. Ha scelto come futura vicepresidente Jewell Taylor, la moglie del dittatore e deve la vittoria all’endorsment di Prince Johnson, signore della guerra, assassino crudelissimo, in passato sul libro paga della Cia, uno di quelli che parteciparono al complotto per eliminare Thomas Sankara.

Patti che hanno prezzi altissimi. Li pagheranno i liberiani e le loro povere speranze. L’importante è che la Liberia continui ad essere provincia americana nel cuore dell’Africa e non ceda alle lusinghe cinesi. Soprattutto le sue risorse.





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