Anche ieri 4 morti. E circa 1000 feriti. Nella Striscia di Gaza il massacro prosegue senza che nessuno abbia il coraggio di dire a Israele che deve fermarsi.

In poche settimane più di cento morti, tra i quali tantissimi ragazzini. 13.000 i feriti. Una carneficina che trova ben poco spazio nei media del nostro mondo “civile”.

Mercoledì prossimo è prevista una riunione straordinaria delle Nazioni Unite. Difficile sperare che vada oltre una generica condanna. Chi ha potere di veto, impedirà ogni forma di condanna vera e fattiva. La giustizia per i popoli del mondo, da tempo, non siede più dove invece, per statuto, dovrebbe regnare e essere tutelata.

La gente di Gaza non ne può più, isolata come è da confini di filo spinato e pallottole e persino senza accesso al suo mare controllato a vista dagli incrociatori israeliani. Intanto le colonie di Israele avanzano e rubano di giorno in giorno terra e acqua ai palestinesi. Gaza è alla fame, condannata alla fame.

Esperti di economia confermano che l’enclave costiera è entrata in una crisi economica senza precedenti, con l’80% delle persone che vive in povertà mentre oltre il 70% deve affidarsi agli aiuti. E il riconoscimento da parte dell’amministrazione americana di Gerusalemme come capitale della sola Israele è stata la goccia velenosa che ha fatto traboccare il vaso di una disperazione oramai incontenibile.

A nulla servono i bombardamenti di volantini della propaganda di Tel Aviv che invitano alla calma e che minacciano dure rappresaglie a chi si avvicina troppo ai confini di questo enorme lager. “Se dobbiamo morire, siamo pronti. Meglio subito che una lenta agonia”.
“Quali sono gli atti di questi giovani? Terrore? No, questa è una lotta disperata da parte di gruppi e individui, che dal giorno in cui sono nati non hanno nulla da sperare, contro un esercito mille volte più forte di loro. E cosa sta difendendo questo esercito: la sicurezza del suo paese? No, sta difendendo la scelta dei governi israeliani di usare il terrore per imporre lo “stato del popolo ebraico” sull’intera regione tra il Mediterraneo e il fiume Giordano”, afferma Ilana Hammerman, scrittrice e attivista israeliana per i diritti umani, guardando alle manifestazioni di queste settimane, a Gaza come in Cisgiordania.

Per chi volesse far sentire la sua voce e la sua condanna dell’operato di Israele, c’è una petizione che ha raccolto già oltre 16.000 firme.





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