gabon-2Tira una brutta aria in Gabon, venti di guerra civile e distruzione. Una settimana fa si sono svolte le elezioni presidenziali. Stando alla commissione elettorale, le avrebbe vinte, per soli 5.000 voti, il presidente uscente, Ali Bongo. Il suo avversario, Jean Ping, ha contestato il risultato, denunciato brogli e si è autoproclamato presidente.

L’esercito ha dato la caccia agli oppositori facendo molte vittime. Gli oppositori hanno invaso le strade e bruciato il parlamento. È previsto uno sciopero generale che potrebbe trasformarsi in una resa dei conti, in un bagno di sangue.
I mediatori spingono ad un riconteggio dei voti, ma Bongo, la cui prima elezione già fu accusata di brogli elettorali, si oppone. Anche ora il sospetto di brogli è più che giustificato.

In sei delle nove province in cui si è votato, il vincitore, con un afflusso medio intorno al 60%, è risultato Ping. Nella provincia natale di Bongo, l’afflusso sarebbe stato praticamente del 100% e così i voti a suo favore. Il sospetto di una grande manipolazione è più che giustificato.

Quella del Gabon, piccolo paese pregno di petrolio, perla della Fracofonia, è una storia esemplare di quanto avviene in Africa e soprattutto nelle “ex” colonie francesi. Al potere per 41 anni, è stato Omar Bongo (padre dell’attuale presidente Ali) che ha assicurato alla Francia la perpetrazione del suo potere sul paese. E in cambio ha goduto di ogni protezione possibile.

Ali Bongo insieme al presidente francese Hollande

Ali Bongo insieme al presidente francese Hollande

L’economia del paese è divenuta l’economia della famiglia Bongo che ha gestito ogni settore tramite la Delta Sinergie. Ovviamente, la Delta Sinergie ha da sempre consentito ottimi affari ai grandi potentati francesi, da Bollorè, a Bouygues, a Eramet e Paribas. La Total ha fatto e disfatto come le pareva in campo petrolifero. Alcuni files di Wikileaks, poi, raccontano le valigette con milioni di dollari consegnate dai Bongo alle campagne elettorali di Chirac e Sarkozy.

Un paese che avrebbe potuto vivere di rendita grazie alle sue risorse è divenuto invece un triste luogo di sofferenza di massa. Quasi metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà assoluta. I Bongo invece sguazzano nell’oro.

Omar ha avuto 53 figli. Pascaline, la prediletta, ha sempre avuto le chiavi della cassaforte di famiglia, Ali invece è stato il delfino politico, il successore predestinato del satrapo. A questa famiglia è stato permesso il furto sistematico della ricchezza del Gabon trasferito in conti corrente in giro per il mondo e oltralpe, in un patrimonio immobiliare faraonico in quel di Francia.

Per dirvi dei livelli di nepotismo, Pascaline ha speso con i suoi amici in gite, spacciate per viaggi d’affari, la bellezza di un centinaio di milioni di dollari in soli viaggi aerei. A cardo delle casse statali. Ali, invece, predilige le auto di lusso di cui ha un’ampia collezione. Dalla morte del padre, tra i due fratelli non corre buon sangue. Pascaline si tiene ben stretto patrimonio immobiliare e conti correnti.

Nel frattempo ha avuto una lunga relazione proprio con l’oppositore del fratello, Jean Ping, da cui sono nati due figli. Uno di loro, Frank, insieme alla madre, ha concluso affari d’oro con la cinese SinoHydro. Opere faraoniche in Gabon e mazzette miliardarie.

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E’ bene ricordare che papà Ping, l’oppositore di Ali Bongo, è per metà cinese ed ha buoni rapporti con la comunità d’affari di quel paese ben coltivati quando era ministro prima per Omar e poi per Ali Bongo e quando ricopriva importanti cariche nell’Unione Africana.

Tanti elementi fanno pensare ad una resa dei conti all’interno del clan d’affari che domina il Gabon. A pagarne le spese, in questa lotta fratricida, rischia di essere ancora una volta l’intera popolazione.

Eppure basterebbe poco, pochissimo, a spegnere sul nascere il fuoco che rischia di incendiare il paese. Basterebbe un po’ di giustizia: sequestrare i beni del clan e restituirli ai gabonesi e far luce sugli intrallazzi decennali che hanno svuotato le casse di quella nazione.

Non lo faranno mai perché insieme ai Bongo, sul banco degli imputati, dovrebbe salire l’intera politica francese in Africa ed i suoi protagonisti. Non lo faranno mai perché il controllo francese sul Gabon e le sue risorse è più importante delle vite dei gabonesi.

Dopo gli attentati a Parigi, in prima fila, meglio ancora a braccetto, con Hollande, il “socialista” che aveva giurato di metter fine agli scempi nell’Africa francofona, c’era Ali Bongo.





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