Cronache da dietro il cancello

Gabbie

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Non avrei mai creduto possibile, se me ne avessero parlato solo 5 o 6 anni fa, che saremmo stati noi stessi, volontariamente ed entusiasticamente, a registrare i nostri dati nella più grande operazione di auto schedatura della storia.
Sto parlando del mondo virtuale di Facebook, nel quale ormai siamo quasi tutti e dove ogni giorno inseriamo qualcosa che ci rende sempre più catalogabili ed omologati.

Le carceri sono uno dei pochi luoghi in cui Facebook non è accessibile, per ovvi motivi legati alla necessità di impedire ai detenuti di comunicare con l’esterno; un esterno che a mio modesto avviso, è chiuso in altre gabbie senza pareti. Ovviamente anch’io faccio parte del data base e come tutti pubblico le mie cazzate che condivido con coloro a cui ho dato accesso ai miei dati pubblici e leggendoli come “amici”.

Non credo di dover specificare che i miei dati, così come i vostri, siano accessibili alle istituzioni in ogni momento e che quando parliamo di privacy, essa abbia un unico senso, e cioè quello che impedisce a voi ed a me di avere accesso ai dati di coloro che invece possono controllare ed analizzare i nostri come e quando vogliono.

Ciò che ho invece notato e su cui vorrei proporre una riflessione è l’interazione più o meno frequente che ogni iscritto a Facebook ha con i suoi contatti; mi spiego meglio: l’algoritmo del social network vi propone solo i post di alcuni dei vostri contatti in base a regole matematiche che non conosco ma che dipendono, per esempio il numero di amici in comune, dalla frequenza con la quale scambiamo messaggi, dalla condivisione di contenuti etc..

L’effetto ultimo di questa “selezione naturale” è quello di rendere alcuni dei nostri contatti “dormienti” al punto da farli scivolare nell’oblio ed altri invece, costantemente presenti al punto di renderli famigliari. Se ci pensiamo bene ed in un’ottica distaccata, questo equivale ad una delega sulla nostra scelta di selezionare persone ed informazioni conseguenti. Il principio di base non è molto diverso da quello delle prigioni, dove altri decidono con chi passerai, una volta rinchiuso, quasi tutte le ore della giornata e con chi invece, non avrai mai contatti.

Tenere conto di questo può essere faticoso, ma altrettanto utile per non dimenticare che camminiamo su percorsi tracciati da altri anche quando conserviamo l’illusione di una libertà sempre più stravolta nel suo significato autentico e primordiale.
That’s all
Buon 2014





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