Non tutti i mali vengono per nuocere, se dentro ci si vede un’occasione. E il Covid non è di certo l’eccezione. Perché la pandemia, a pensarci su, qualche possibilità l’ha generata. Una su tutte: guardare in faccia le nostre abitudini, il nostro modo di stare al mondo, la società in cui viviamo. Eppure non tutti, in questo guardare in faccia, hanno visto la stessa cosa. Se per qualcuno il problema di tutto questo “romanzo sanitario” chiamato Covid-19 (tanto per citare Zerocalcare e le sue illustrazioni) è la sospensione della normalità di un tempo, per altri era proprio quella normalità ad essere il problema. Perché non c’è nulla di normale nel lavorare quaranta e rotti anni, guadagnare qualcosina, per poi consumare buona parte di quel malloppo in farmaci per curarsi dai danni. Perché tante malattie sono l’inevitabile conseguenza di una vita spesa a barcamenarsi tra una cosa e l’altra. Non c’è nulla di normale nel sentirsi sempre scontenti, nel ricercare sempre quel qualcosa che mai arriva davvero, nello sgomitare l’uno contro l’altro per un posto fisso. Nei bagni dell’Università Statale di Milano, il cortocircuito del nostro tempo è espresso con una di quelle frasi che gli studenti scrivono sui muri col pennarello: «Andrai al lavoro, per comprarti la macchina, per andare al lavoro». E allora la domanda da porsi è una soltanto: come ci si libera da questo loop?

La Civiltà dell’Orto e quella filosofia del “non fare”
Gian Carlo Cappello è un agrotecnico, classe ’57. Per alcuni anni ha esercitato quella professione, a tu per tu con la terra e la sua bellezza. Poi qualcosa in lui è cambiato. La società, con le sue regole e i suoi miti fondativi, ha iniziato a puzzargli di un odore soffocante. E così, oggi, è uno scrittore… e umile contadino. È autore di un libro dal titolo La Civiltà dell’Orto. La Coltivazione Elementare. Attenzione, però: non è un manuale su come farsi l’orto in balcone. Il titolo può ingannare. «La Coltivazione Elementare – si legge nel retro di quel libro – è la realizzazione più avanzata della filosofia del “non fare”, concepita ormai mezzo secolo fa dal contadino giapponese Masanobu Fukuoka […] Nei processi naturali c’è già la ricchezza per ottenere con ottimi raccolti l’autosufficienza alimentare delle comunità […] Ciò che ho scritto non è e non vuole essere soltanto un manuale […] è rivolto ai lettori e alle lettrici che già coltivano o coltiveranno e ai borderline desiderosi di liberarsi dal peso della città e della società capitalista». È una sorta di manifesto, insomma. Oggi Gian Carlo vive in Emilia-Romagna, in un’umile abitazione di pochi metri quadrati sulle colline piacentine. Si occupa del suo pezzo di terra, si è scollato dalle abitudini di un tempo e autoproduce la quasi totalità di quel che si mette nello stomaco. Il lavoro, quello professionale, delle otto ore e dello stipendio a fine mese, è acqua passata ormai da più di trent’anni. Detta in altri termini: ha ridotto drasticamente la sua dipendenza dal capitalismo disintossicandosi andando a vivere per parecchi mesi in una grotta a Nicosia, in Sicilia. «Era una porcilaia – mi racconta. L’ho ripulita e l’ho resa la mia casa. Qualcuno passava anche a trovarmi. Di cosa ha bisogno un uomo per vivere? Di poco, è questa la verità. È sufficiente saper fare le cose da sé».

L’uomo, un animale naturale
Mentre c’è ancora chi incrocia le dita nella speranza di vedere la normalità affacciarsi all’orizzonte, un esercito di persone ha già imboccato quell’altra strada: quella di voler vedere davanti a sé esclusivamente l’orizzonte, punto e basta. La chiacchierata con Gian Carlo inizia all’insegna di una parola, di un concetto nuovo per me: il primitivismo. «Questa parola è stata per me un’illuminazione: siamo esseri naturali. In questo contesto occidentale in cui viviamo mi accorgo che ci sono delle continue intromissioni e interferenze dentro di noi proprio nella nostra parte naturale. È un’intromissione da parte del sistema, che oggi è capitalista ma che prima era feudale e che prima ancora era qualcosa di altro. Tutto mi sembra essere mirato a comprimere quella parte naturale di noi. Si tratta di una parte che ha a che fare con la capacità, ad esempio, di sentire quando sta per piovere o quando è tempo di fare una semina, con il comprendere da uno sguardo della persona che hai accanto quelle che sono le sue intenzioni ed emozioni, l’odore dell’aria che ti dice che sei quasi arrivato nei pressi di un bosco di cipressi. È la nostra parte emotiva-animale. Ovvero quella dimensione istintiva di noi stessi che difficilmente sbaglia».

Il coraggio che libera
Come ci si libera da quel Sistema con la “S” maiuscola? Perché è questo che tanti vogliono scoprire: come ci si libera. Per Gian Carlo: «La consapevolezza è fondamentale: è la prima crepa che fa crollare la diga. Poi ci vuole coraggio. È necessario, soprattutto oggi, anche se nessuno ci sta puntando fisicamente addosso dei fucili. Perché le armi che ci stanno sparando addosso ci uccidono dentro. Il coraggio di cui parlo è il coraggio di esporsi a un tritacarne a cui si va sempre incontro quando si prendono certe decisioni. Ci sono tante persone, oggi, che saranno obbligate a vaccinarsi per esempio e opponendosi, probabilmente, perderanno il lavoro. Persone così, per me, oggi, sono i nuovi partigiani».

Quel che oggi è richiesto
Più ascolto Gian Carlo, più mi ronza nella testa una parola: comunità. In un mondo così individualista, in cui tutti ci troviamo in qualche modo sconnessi, quanto è importante lo stare insieme, il fare comunità? La soluzione non è anche questa, dopotutto? «È necessario stare insieme – spiega. È necessario mettere in piedi comunità lontane dal concetto di reddito e dipendenza: lo scambio deve diventare il paradigma. Senza denaro non può esistere il capitalismo». È un pensiero libero, quello di Gian Carlo Cappello. Forse estremo, sicuramente anarchico. In un tempo in cui anche il pensiero tende ad appiattirsi su dei mantra quali «andrà tutto bene» e «torneremo ad abbracciarci», le sue parole suonano come un invito a non aver paura. «Alle nuove generazioni dico questo: imparate a usare le mani, imparate a coltivare e ad autoprodurre. Non tenete conto del voler generare accettazione. Siate liberi e abbiate coraggio. La natura è anarchica, la nobiltà di pensiero è anarchica».





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