Quando temiamo qualcuno, è perché a questo qualcuno abbiamo concesso del potere su di noi” scriveva lo scrittore e filosofo Hermann Hesse, nel 1952. Una concessione che fa sentire vulnerabili, esposti, nudi. Sono questi gli effetti di quel potere concesso. E così si è sentito l’uomo che, per la prima volta nella storia umana, ha trovato davanti a sé un grosso predatore pronto a sbranarlo. Perché è uno stato d’animo antico, la paura. Uno stato d’animo che accompagna l’umanità fin dal principio. Poi però l’uomo impara a cacciare e tutto cambia.

Qualche millennio più tardi la paura dell’uomo non riguarda più i grossi predatori. Riguarda, al contrario, un qualcosa di tanto piccolo quanto invisibile all’occhio: un virus. Una paura che, nell’era dell’informazione di massa, si traduce in confusione. I social network sono una testimonianza di questo: è lì che l’informazione viene prodotta, secondo dopo secondo. E così sono tante le persone che, in tempi di decreti e ordinanze d’emergenza, faticano a comprendere cosa gli è consentito fare: se possono uscire a prendere una boccata d’aria, fare due passi nei pressi di casa, fare la spesa più di una volta a settimana.  Solo una certezza, in questo clima di tensione e confusione: restare a casa. Un’espressione simile a una formula magica, continuamente ripetuta nella speranza che produca un qualche effetto. Ci riscopriamo allora simili a quei “primitivi” che nominavano la pioggia nella speranza che questa, prima o poi, cadesse effettivamente dal cielo. Col passare dei giorni, però, questa formula inizia a vacillare. Tanti sentono di essere impotenti, senza controllo, come in degli arresti domiciliari un po’ insoliti. Stanno a casa ma non comprendono la ragione. Lo fanno e basta. Si isolano ma portano con sé i dubbi.

Nei giorni scorsi un detenuto del carcere di Bollate ha voluto raccontarmi, con una lettera, il suo sguardo circa la paura ai tempi del covid-19. Una paura che non ha direttamente a che fare con il virus e la pandemia. Ha a che fare con il controllo: se è vero che si teme ciò che non si conosce, è altrettanto vero che abbiamo imparato a temere anche ciò che al controllo semplicemente sfugge. E ora che il controllo sfugge, la confusione diventa epidemica. Chi è detenuto tutto questo lo conosce bene. Soprattutto se costretto in cella da qualche decennio. Perché un detenuto ha già sperimentato sul proprio corpo la relazione tra controllo e confusione.

Tutti sono confusi? Non sarà perché ci siamo illusi per molto tempo di avere il “controllo”? – scrive da Bollate il detenuto – E lo indico fra virgolette proprio perché è una delle cose più assurde mai esistite e, a farcelo ricordare, adesso arriva un essere fra i più semplici al mondo. Un virus, appunto, che se non sbaglio è la forma di vita più banale mai esistita a scuoterci e a dimostrarci quanto sia fragile tutto il castello che abbiamo costruito. Anzi, se vogliamo essere più precisi e metterci sul banco degli imputati, quanti disastri ha causato l’uomo se lo paragoniamo a tutti gli altri esseri viventi? Che giudizio potremmo mai avere in questo ipotetico processo?”.

Il covid-19 è come un mezzo di contrasto. È una di quelle sostanze usate dai medici per osservare le lesioni degli organi interni. Consente di rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto. Mostra le lesioni, le fratture e le fragilità. Il virus fa emergere le paure e le ansie. E così ci ritroviamo nella condizione di quell’uomo che, per primo, trovò davanti a sé il grosso predatore. Questa volta, però, non serve imparare a cacciare. Sarà sufficiente riprendere il controllo: non del virus ma delle nostre vite.

a cura di Daniele Pascale





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