Avete firmato di recente qualche appello online per legalizzare la cannabis e vi sentite a posto con la vostra coscienza antiproibizionista? Non dovreste, dal momento che la vostra firma, molto probabilmente, non servirà a nulla. Vi spieghiamo perché.

Innanzitutto non serve a nulla farlo in questa maniera (senza alcuna verifica dell’identità). Altra cosa sarebbe se ci fosse un referendum ben organizzato che potesse portare a qualcosa di tangibile. Ed è una possibilità che potrebbe concretizzarsi nel prossimo futuro.

All’inizio del 2019 infatti alla Camera è stato approvata la legge per istituire il referendum propositivo, attualmente non presente nel nostro ordinamento giuridico. Se la legge fosse approvata anche in Senato, e diventasse effettiva, significherebbe che gli elettori potrebbero in pratica sostituirsi al Parlamento, approvando direttamente una proposta di legge. Accadrebbe qualora fossero passati 18 mesi dalla presentazione di una proposta di iniziativa popolare sostenuta da almeno 500mila firme, e il Parlamento non l’abbia deliberata o l’abbia fatto con modifiche “meramente formali”. L’esito del voto sarebbe ammissibile solo se alle urne si presentasse almeno il 25% degli aventi diritto di voto, e poi la Corte Costituzionale esaminerebbe la proposta per verificare che non sia in contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione. In un caso del genere, noi saremmo i primi a supportarlo.

Ma le firme per un referendum si raccolgono in modo verificato, mostrando un documento di identità, mentre una raccolta di firme online, fatta solo per smuovere l’opinione pubblica, non ha alcun valore legale, anche perché potrebbero esserci firme totalmente inventate.

Altro punto da sottolineare è che una (vera) raccolta di firme è stata fatta poco tempo fa, in occasione della proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione coordinata dai Radicali e dall’associazione Luca Coscioni per la campagna “Legalizziamo!”.  Dopo un lungo processo erano state raccolte oltre 68mila firme, consegnate alla Camera dei deputati l’11 novembre del 2016. Fuori dai growshop, nelle piazze e nel corso di diversi eventi, era stato fatto un lavoro certosino (che anche noi abbiamo supportato) richiedendo a ogni firmatario la propria carta d’identità, e nonostante questo la legge è rimasta nel cassetto. All’inizio del 2019 è partita un’altra campagna per chiedere ai parlamentari di discutere quella proposta di legge, purtroppo rimasta inascoltata.

Iniziative di questo tipo servono soprattutto per far capire alle istituzioni e ai politici che c’è una forte volontà popolare, oltre che una consapevolezza radicata nell’opinione pubblica, sulla necessità di regolare un fenomeno sull’onda di quello che sta succedendo nel resto del mondo. Il fatto è che i nostri politici, riguardo la legalizzazione della cannabis, dovrebbero esserne già a conoscenza. E’ del 1993 il referendum che abrogò le pene per la detenzione ad uso personale di droghe. E non è bastato un segnale così forte ad impedire alla nostra classe politica di approvare una legge come la Fini-Giovanardi, dichiarata poi incostituzionale, infilata di nascosto in un decreto per le olimpiadi invernali di Torino del 2006. Gli italiani sono tornati a far sentire la propria voce di recente in occasione di un sondaggio elaborato da Sky TG24, dal quale risultò che ben l’88% dei votanti su oltre 20mila voti ricevuti era favorevole alla legalizzazione. Quasi 9 persone su 10.

Noi siamo contenti che sempre più persone vogliano attivarsi per supportare la legalizzazione della cannabis. E riceviamo sempre più messaggi da parte dei nostri lettori che vogliono spendersi in prima persona per questa nobile causa. Per questo stiamo lavorando ad un progetto articolato e serio, con l’idea di coinvolgere tutte le persone che vogliano darsi da fare e che annunceremo al momento giusto, quando e se potrà essere efficace, senza far perdere tempo a nessuno e soprattutto senza dare l’illusione che con una firma online si possano cambiare le cose.

Nel frattempo noi continuiamo il nostro lavoro, che fa già parte del fronte più ampio dell’attivismo nei confronti della cannabis, e cioè quello di divulgare contro-informazione e cultura della canapa, una cosa che può fare chiunque, indipendentemente dalle firme.





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