Prendi il tronchese, sono stata qui dentro fin troppo”. Canta così Fiona Apple nella title track del suo nuovo album Fetch the Bolt Cutters, uscito a otto anni di distanza dall’ultimo The Idler Wheel. Battezzato dalla stampa internazionale come il suo capolavoro, il disco prende il titolo da una frase pronunciata nella serie tv The Fall da Gillian Anderson, nei panni del detective Stella Gibson, davanti alla porta dietro cui è rinchiusa una ragazza, che è stata torturata.

Ricolmo di ruvida verità, istinto, urgenza espressiva e una forma di auto accettazione che, forse è l’unica chiave, anzi, il tronchese, per aprire quella porta, dietro alla quale Fiona si è trincerata per troppo tempo, Fetch the Bolt Cutters realizza l’assoluto bisogno di libertà e autodeterminazione, espresso dalla cantautrice newyorkese sin dagli esordi e da quel discorso pronunciato nel ’97 agli MTV Music Awards, ritirando il premio come Miglior Artista Emergente: «Mi dispiace, ma devo usare questo momento. Maya Angelou dice che la cosa migliore che possiamo fare come esseri umani è creare opportunità, quindi userò questa opportunità nel modo in cui voglio. Tutti voi, là fuori, che state guardando: questo mondo è una merda! Non modellate le vostre vite su quello che noi pensiamo sia figo, su quello che indossiamo o che diciamo, siate voi stessi».

Un biglietto di sola andata verso all’oblio per il music business. Invece, ventitré anni dopo, Fiona Apple è ancora qua e, fedele alla linea, non ha mai smesso di utilizzare il suo tempo e il suo spazio per creare opportunità. Tra le tante cose belle e interessanti di Fetch the Bolt Cutters, infatti, si trova il primo land acknowledgment mai inserito in un album. In quarta di copertina, proprio in fondo alla track list, l’artista ha segnalato i territori indigeni, sui quali ha realizzato il suo disco. Terre mai cedute al governo USA dai nativi, che, a ragione, se ne ritengono i legittimi custodi e sulle quali, oggi, vivono, per lo più ai margini della società o arbitrariamente segregati in porzioni di territorio, sulle quali non hanno alcun diritto di prelazione.

Il disco reca questa scritta: «Fatto su territori non ceduti Tongva, Mescalero Apache e Suma»

Una rivendicazione sostenuta da Fiona Apple, al fianco di Eryn Wise, dei Jicarilla Apache e Laguna Pueblo, organizzatrice del collettivo di indigeni, guidato da donne e queer-oriented, Seeding Sovereignity. «Il riconoscimento della terra e delle acque è un riconoscimento formale di tutte le popolazioni originarie, di tutti i difensori e protettori dei territori che non sono mai stati ceduti dalle popolazioni indigene. È il primo di una lunga serie di passi per reclamare la terra, la cultura e, alla fine, la restituzione dei territori, ma già rendere consapevoli le persone dei territori su cui si trovano, della storia delle popolazioni originarie e dei nomi di questi modi di vivere, i fiumi, le insenature, i nostri oceani, parenti più che umani con nomi originali dati loro dal creatore, incoraggiare la gente a riconoscere la terra e le acque in contesti pubblici, richiama alla vita gli spiriti di quegli esseri», ha raccontato Eryn Wise.

Dimenticata dai più, quella dei nativi americani, che attualmente costituiscono circa il 2 per cento della popolazione statunitense, è una causa che di tanto in tanto torna a premere sull’agenda della Casa Bianca. Di recente ha fatto il giro del mondo la vicenda delle proteste da parte dei nativi, principalmente Sioux, insorte per la costruzione sui loro territori dell’oleodotto Dakota Access Pipeline. Bloccata dall’amministrazione Obama, il 6 novembre 2015, la costruzione dell’oleodotto, ancora fonte di proteste e controversie, fu in seguito autorizzata, senza se e senza ma, da Donald Trump.
Già allora Fiona pubblicò un video in cui chiedeva chiarimenti in merito a un tweet, dello stesso giorno, in cui il Tycoon sottolineava l’occasione persa da Obama, i milioni di posti di lavoro che l’oleodotto avrebbe creato (sebbene nel 2017 una stima del Dipartimento di Stato dava a 35 il numero di lavoratori impiegati a tempo pieno e indeterminato nell’oleodotto), la bontà per l’ambiente e l’inesistenza di svantaggi di un ecomostro che, il 16 novembre 2017, ha sversato 210 mila galloni di petrolio ad Amherst, South Dakota. «Lei usa le parole così bene Presidente, ma vuole rispondermi su questi tre punti? Sono una cittadina e voglio sapere cosa ne pensa. Dia un senso a tutto questo, lei è il Presidente, cerco in lei una guida», chiude con sarcasmo Fiona, che, siamo certi, starà ancora aspettando una risposta alle sue domande, anzi, a quelle di un’intera comunità.

Ma le questioni di principio, sono questioni di principio e quindi la cantautrice newyorkese, di stanza a Los Angeles, ha riacceso una lampadina sulla questione dei diritti dei nativi con un gesto tanto semplice, quanto provocatorio. Come accennato, il disco reca questa scritta: «Fatto su territori non ceduti Tongva, Mescalero Apache e Suma». Una presa di posizione significativa e ricca di risvolti, che l’artista ha spiegato così in una rara intervista rilasciata a Democracy Now: «L’idea è che gli artisti in tour, riconoscano gli antichi territori su cui si stanno esibendo, per portare alla conoscenza delle persone quali siano le tribù che vivevano su quei territori, comprendere dove ci troviamo e quale sia la storia di quel luogo».
Il fatto di non poter andare in tour fino al 2021, a causa dell’emergenza Covid-19, le ha impedito di realizzare questo progetto, ma non di trasferirlo al suo album. «In questo modo – ha spiegato – qualcosa che ho fatto assume un significato più grande ed è anche un modo per me per prendere un impegno per la vita, quello di essere in grado di ascoltare e essere un’amica per loro nel miglior modo possibile».

Proprio l’emergenza Covid-19, però, ha scoperto ulteriormente il velo su quanto dimenticate dalle istituzioni americane siano le popolazioni native, con la Nazione Navajo in Colorado, Utah, Arizona e, in particolare, in New Mexico, messa in ginocchio (i casi sono oltre 1200) e quelle circostanti fortemente provate da una pandemia, che negli USA ha spalancato, come mai prima, la forbice delle disuguaglianze sociali.
«Il trattamento riservato alla nazione Navajo è simile a quello adottato dal governo per tutte le questioni riguardanti le comunità indigene. C’è una disparità enorme tra il supporto offerto alla maggioranza degli abitanti degli Stati Uniti, rispetto alle persone indigene, per non dire di colore, in generale – ha aggiunto Eryn -. Come dice Fiona, questo è un impegno duraturo. C’è molto lavoro da fare rispetto a come puoi aiutare le persone del cui territorio benefici, per assicurare la reciprocità con le comunità dalle quali stai traendo un vantaggio, grazie alla loro cancellazione e al genocidio che è avvenuto sulle loro terre».

In questo senso il land acknowledgements è un primo passo verso la consapevolezza e il  riconoscimento di una storia troppo a lungo e colpevolmente negata dalla maggioranza bianca negli USA.  «Come in tutti i processi di guarigione globali o personali il primo passo sta nell’acquisire consapevolezza dell’esistenza di un problema – ha spiegato Fiona -. È facile da fare, ma poi ce lo dimentichiamo, diventa un ripensamento o ci sentiamo in colpa, ci vergogniamo e non vogliamo pensarci o parlarne. In questo caso io mi sono sentita stupida, ignorante ed è stata questa la prima cosa che ho dovuto ammettere, per poter essere amica, creare una connessione e aiutare in qualche modo. Ho dovuto ammettere di essere una persone bianca ignorante, che ha vissuto un’intera vita di privilegi e che non ha idea di cosa significhi non essere me. Quindi, la cosa migliore che potessi fare è stata dire: “Ho tempo, spazio e denaro, per favore, parlatemi, fatemi sapere, riempitemi la testa, sono uno spazio vergine, insegnatemi”».

«Avere qualcuno con una piattaforma come Fiona in grado di dire: “Mi dispiace, non lo sapevo”, è stato confortante per me – ha concluso Eryn Wise -. Ho ascoltato la sua musica per vent’anni e non avrei mai pensato che saremmo state amiche e che avrebbe investito le sue energie nel progetto, ma il fatto che sia qui e che stia usando il suo potere, la sua medicina per il cambiamento e per creare un precedente per un’intera generazione, è una cosa potente». Un seme è stato piantato, che possa crescere forte e rigoglioso.





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