Quando usiamo il termine fake news ci riferiamo a tutti quegli articoli redatti con informazioni false, scorrette e ingannevoli. Nel pubblicarli l’intento è quello di disinformare, confondere e diffondere bufale potenzialmente anche molto pericolose. Noi stessi ne abbiamo smontate a decine solo negli ultimi anni, riguardanti la Cannabis. E gli autori, la maggior parte delle volte, sono proprio i quotidiani più diffusi e blasonati.

L’Open Society Institute di Sofia ha da poco pubblicato il rapporto Media Literacy Index del 2018, comunicando la classifica dei paesi europei più resistenti alle fake news.
Lo studio ordina gli Stati attraverso una scala da 0 a 100, indicando chi è meglio equipaggiato per resistere alle fakes e chi ancora non possiede gli strumenti per fare capo a questa problematica sempre più diffusa.

In cima alla classifica troviamo la Finlandia, con un punteggio di 77.
In generale il rapporto evidenzia come i paesi nordici siano i meglio attrezzati nell’affrontare tale fenomeno, probabilmente anche grazie all’alto livello di istruzione.
Troviamo infatti al secondo posto la Danimarca con 71 punti; a seguire Paesi Bassi, Svezia, Estonia e Irlanda.
In fondo, per contrapposizione, troviamo invece la Macedonia con 10 punti.

In generale, anche in questo caso, il fenomeno è esteso a tutta l’area geografica di riferimento. Sono infatti i paesi balcanici a essere i più esposti alle fake news: bassi livelli d’istruzione (canonica e mediatica), di fiducia nella società e controllo sui media sono da considerarsi fra le principali cause del fenomeno.

Male anche diversi Stati dell’Europa sudorientale, tra cui l’Italia, diverse posizioni sotto la metà classifica.

La domanda che ora sorge spontanea è: “Al di là del livello di istruzione e degli altri indicatori elencati, come ha fatto la Finlandia ad contrastare le fake news?”.
Ad esempio combattendo costantemente con smentite più che argomentate; invece che ignorare tal dicerie si sono prodigati ad affermarne l’infondatezza. Oltre a questo hanno anche dato sempre più spazio alle rettifiche (obbligo imposto ai media dal 1968) qualora fossero stati loro i primi a pubblicare notizie errate. Cosa che in Italia avviene molto di rado!

Diverse progettualità di tipo educativo sono state proposte in più contesti: dalle scuole ai luoghi di lavoro pubblico alcuni giornalisti hanno insegnato a leggere le notizie con più attenzione e senso critico.

Un chiaro esempio insomma di come attraverso la volontà, l’educazione e il giusto investimento di risorse sia possibile sovvertire un fenomeno sempre più dilagante e dai risvolti potenzialmente molto pericolosi, soprattutto per la nostra libertà informativa e la nostra consapevolezza.

Anche per questo, noi abbiamo scelto di seguire la strada dello slow journalism.





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