Artista geniale e di rara sensibilità nonché uno dei grandi nomi del panorama cantautorale italiano, dopo aver festeggiato “40 anni di musica ribelle”, torna con il nuovo spettacolo “Finardimente”. Nato dall’unione tra musica e parole in cui l’artista milanese svela la sua verità dietro ogni forma di rappresentazione artistica, è un musical ispirato alla sua vita e alle sue canzoni; rappresenta il Finardi percepito dagli altri, che attraverso questa percezione è diventato la persona e l’artista autentico che è oggi.

Il 16 dicembre, a Tortona, è cominciato il nuovo tour “Finardimente”, l’unione tra il progetto “40 anni di musica ribelle” e la rappresentazione esterna di te attraverso un musical…
In realtà queste due cose sono lo stimolo che mi ha fatto creare questo progetto perché ad un certo punto ho dovuto tirare le somme e riscoprire quello che ero 40 anni fa, durante gli inizi proprio. Tutto è nato dal ritrovamento dell’archivio della C.R.A.M.S. che mi ha permesso di riascoltare i nastri della sala di incisione, le conversazioni con i musicisti e ritrovare tanti stimoli. C’era di tutto, era come una capsula temporale, un ammasso di ricordi sepolti in un archivio per 40 anni e poi ritrovati. Una macchina del tempo che ti riporta proprio indietro e ti fa pensare a quanto quegli anni siano ancora presenti in te e a quanto queste cose hanno influito sugli altri. Essere un personaggio pubblico in un certo senso è determinato da te ma anche da coloro che ti guardano e ti seguono, un concetto un po’ pirandelliano in cui ognuno crea il suo Finardi mentale. Invece il musical è stato scritto su di me da Pietro Contorno e Francesco Nicolini, due livornesi, che hanno creato il loro Finardi e lo hanno raccontato.
Attraverso le mie canzoni, che sono state poi rilette anche a livello musicale, è stata creata la storia attorno ad un immaginario Finardi degli anni ’70 non lontano da quello che ero. 
È una proiezione di me e quindi è molto strano vedere come sono stato immaginato da qualcun altro, ma è anche interessante vedere come un altro può aver immaginato dalle tue canzoni, dai tuoi scritti, dai tuoi racconti, dalle tue interviste la tua vita.

Come è andata la prima data data?
Benissimo, abbiamo registrato il tutto esaurito con anche una standing ovation finale.
È uno spettacolo anche musicale: c’è un’acustica molto sottile e molto ricercata con violoncello, percussioni, chitarre e basso. Non ci sono tastiere, non c’è il pianoforte e questo dona una particolarità sonora diversa.
Il tour è molto personale, fatto di canzoni alcune delle quali riscoperte. Ci sono molte canzoni che non sono mai state suonate dal vivo o sono state eseguite solo nel tour, quando è uscito il disco, e alcune “dimenticate”, anche se poi i fan più accesi le conoscono bene. E poi ci sono canzoni strane, alcune di queste ritrovate sono canzoni che cantavo allora ma capisco solo adesso. È normale che uno nel presente canti il passato ma che uno nel passato abbia scritto il futuro è un po’ anomalo.

Che rapporto hai con i fan?
Quello che sono oggi è frutto della mia scelta ma anche dell’essere stato scelto da un certo tipo di persone. Devo dire che ho un pubblico fantastico di persone veramente meravigliose che mi ha in un certo senso plasmato insieme alla vita, all’amore, ai figli e all’esperienza. Sono stato plasmato anche da coloro che mi hanno fatto il grande onore di ascoltarmi di seguirmi per tutto questo tempo e di immaginarmi, di creare una loro idea di Finardi.

In “40 anni di musica ribelle” hai riscoperto il ragazzo che eri, riportando in vita brani di quando hai iniziato. Quanto sei cambiato in questi 40 anni, anche a livello musicale?
A livello musicale ho sperimentato tante cose diverse dal blues alla musica classica contemporanea, diciamo che senza aver abbandonato l’ispirazione iniziale lo ampliata. Come una spirale attorno a questo nocciolo centrale ho allargato sempre di più il campo comprendendo tanti generi, tante esperienze anche impensabili. Sono persino arrivato a cantare alla scala, una cosa che non avrei mai immaginato. Adesso apprezzo di più quello che ho perché ho acquisito consapevolezza, diversamente dal passato.

Cosa intendi per musica ribelle?
La ribellione è un atteggiamento, è una presa di responsabilità. È il non seguire il luogo comune, credo sia una caratteristica della mia generazione che è stata molto importante. In realtà ha contribuito molto al mondo, ha creato anche molta confusione però è stato necessario per il periodo.
Adesso quel periodo lo chiamano ‘68 però in realtà fu un ventennio che inizio negli anni ‘60 e finì negli anni ‘80 con l’elezione di Reagan e della Thatcher. Un ventennio in cui si declino ogni forma di libertà, cose impensabili prima: i rapporti di classe, il femminismo, la liberazione dei lavoratori, dei popoli oppressi, dei giovani, la rivoluzione sessuale, sperimentare le esperienze psichedeliche. Il mondo in cui viviamo oggi è profondamente figlio di quell’epoca nel bene e nel male.

Esiste oggi della musica ribelle?
Molto meno. Oggi esiste della musica incazzata ma molto meno a fuoco su che cosa si potrebbe fare.

Questo perché non abbiamo recepito i messaggi che ci avete lasciato?
I problemi sono grandissimi, allora c’era un mondo che sembrava immobile e che si voleva portare nel futuro, adesso il futuro fa paura. Il riscaldamento globale, i cambiamenti climatici, la globalizzazione sono dati di fatto e quindi viviamo un’ondata di conservatorismo, la voglia di tornare indietro anche se impossibile.

A cosa ti ribelleresti oggi?
Mi ribello a quest’idea che la conservazione sia migliore. Io credo invece che bisognerebbe profondamente cambiare la visione. Viviamo in un mondo di ingiustizie sociali gigantesche, c’è gente spaventosamente ricca e questo sembra normale. L’eguaglianza sociale non è più un argomento viene preso quasi per scontato e c’è molta distanza tra la realtà delle classi, e allo stesso tempo il mondo si è ristretto, qualcosa che accade in Giappone influisce direttamente noi. Oggi si è abituati a rifugiarsi nel piccolo e non prendersi delle responsabilità.

Cosa ne pensi della scena attuale musicale? Come si è evoluta?
Ci sono molte cose interessanti, anche se è molto frattalizzata. Me ne sono reso conto qualche giorno fa perché ho comprato una rivista musicale e non conoscevo quasi nessuno dei nomi presenti. Eppure la musica dei miei anni è ancora il punto di riferimento fondamentale, i concerti di cui si è parlato di più quest’estate sono stati quelli dei Rolling Stones, i miei miti a 13 anni, e di Vasco Rossi che è mio coetaneo. C’è ancora questo passato importantissimo e un presente fatto di mille cose diverse con tante piccole sottoculture. In particolare sono gli argomenti che mi stupiscono della musica attuale, si parla sempre di un mondo di piccole sfumature, di emozioni quando ci sarebbe forse bisogno di suggerire una strada nuova da percorrere.

Ci sono molti nuovi artisti che emergono grazie ai talent show, ma dove sono finiti i cantautori e gli artisti impegnati? Secondo te possono emergere anche dai talent show?
C’è qualcuno che canta anche bene, ma manca proprio un’idea… Una nuova idea. Qualcosa da proporre. Un’alternativa. I talent sono spettacoli televisivi e possono essere una scorciatoia ma anche una condanna, quest’anno a X Factor i finalisti erano di alto livello tutti, poi bisogna vedere il loro percorso. Quello che manca attualmente sono proprio gli autori.

Noi da sempre parliamo di cannabis e antiproibizionismo. Tu cosa ne pensi al riguardo?
Sono antiproibizionista in assoluto per tutte le sostanze. Anche se l’abuso di alcune sostanze trovo sia una malattia, come ad esempio la tossicomania da oppiacei o da cocaina. Per la cannabis penso che il discorso sia diverso, la prospettiva andrebbe completamente rovesciata: trovo che l’uso di cannabis da giovani sia un freno alle potenzialità che porta a vedere con una certa distanza le situazioni della vita. Invece la proporrei come soluzione per gli anziani, si drogano i giovani e non i vecchi, dovrebbe essere il contrario. Sono a favore dell’esperienza psichedelica consigliata agli anziani. Abbiamo la prospettiva di una popolazione che invecchia sempre di più e il grande problema della vecchiaia, me ne sto accorgendo perché a 65 anni sto entrando in quell’età, è la noia. Ad un certo punto non puoi più fare certe cose, per colpa degli acciacchi ma anche perché semplicemente sei stanco. Potrebbe giovare molto in questo caso l’uso di cannabis, che molte culture tribali usavano e usano ancora, mentre per assurdo vediamo alcol e sigarette legalizzati e tollerati.

Questo numero è incentrato sul mondo olistico e la connessione tra corpo e mente, ti sei mai approcciato ad alcune di queste pratiche?
La meditazione è un’ottima cosa, sembra la religione senza il fanatismo. In un certo senso la pratico poiché faccio volentieri pratiche di rilassamento e di pulizia della mente. Non sono una persona che segue la meditazione in maniera puntuale ma la uso come mezzo, e secondo me è una cosa che si dovrebbe insegnare a scuola.

In passato abbiamo parlato di quanto sia necessario resistere contro i soprusi dei governi e delle grandi potenze economiche, un po’ gli argomenti che si ritrovano nella tua raccolta uscita da poco “40 anni di musica ribelle”. Che differenze trovi tra la voglia di cambiamento e quindi di resistenza passata e attuale?
Il fattore principale è che manca un’idea, una volta c’era l’idea del marxismo come risposta. Una volta c’erano due idee forti che si contrapponevano il capitalismo e il marxismo: anche se in realtà si trattava di un fascismo russo perché non c’è mai stato un vero paese al mondo in cui fosse applicata veramente l’idea marxista. C’era l’idea leninista bolscevica, poi è rimasta solo l’idea capitalista e una perversione degli ideali liberali, in un liberismo economico che ha portato ad una grande infelicità di massa. Quindi la resistenza in realtà è appunto uscire dal meccanismo consumista dalla glorificazione del denaro, però non c’è per adesso nessuna filosofia alternativa, non c’è nessun modello che si contrappone a quest’idea quindi si rimane con il punto interrogativo. Un mondo ad esempio in cui i capitali non determinino tutto, gli scambi finanziari sono limitati e le banche vengano controllate maggiormente: queste potrebbero essere delle idee ma manca un’ideologia generale che le comprenda tutte, ci vorrebbe un qualche cosa che sostituisca quello che una volta era il marxismo, forse un socialismo illuminato. In questo momento chi espone un ideale più vicino a questa mia idea, e lo dico da non credente, è il papa. I valori in particolare sono condivisibili.

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