imageIl fallimento delle politiche di sola repressione contro l’uso di droghe è sotto gli occhi di chi vuol vedere: aumento esponenziale della popolazione carceraria per reati connessi alle droghe, suicidi in carcere, dilagare di nuove e vecchie sostanze in ambienti un tempo immuni (ad esempio l’eroina tra i giovanissimi), incremento abnorme di fatturato per le mafie che ne detengono il controllo… La guerra alla droga è persa. Il “Libro bianco sulla “Fini-Giovanardi”, scaricabile dal sito fuoriluogo.it, è un ottimo strumento di riflessione sul fallimento di questa legge criminogena e criminale.

Una legge stupida, ideologica, che si accanisce sui consumatori non problematici principalmente di droghe leggere e che acuisce i problemi anziché risolverli era una legge perfetta per mobilitare l’opinione pubblica fino alla sua cancellazione. Le mobilitazioni antiproibizioniste, i partiti di riferimento, gli appelli e le firme non hanno modificato per nulla gli intendimenti dei proibizionisti governativi e nulla fa sperare al miracolo.

Una dura analisi critica del nostro modo di operare sarebbe saggio nonché utile per l’avvenire. Una fotografia istantanea del fronte antiproibizionista è riassumibile in pochi elementi: i partiti che a parole si definiscono antiproibizionisti sono tutti fuori dai parlamenti italiani ed europei (ed anche quand’erano al Governo nulla han fatto); le associazioni sono nel migliore dei casi impossibilitate a lavorare per cronica mancanza di fondi ed iscritti o chiuse per gli stessi motivi. Bravissime nell’elaborar dati, organizzare convegni per addetti ai lavori, inefficaci alla sensibilizzazione del grande pubblico; le manifestazioni moltitudinarie allontanano i cittadini anziché creare simpatia (20 carri che sparano musica tecno il sabato pomeriggio nel centro di Bologna non aiutano ad allargare il consenso…); i centri sociali hanno esaurito la loro forza propulsiva e non riesco a vederli se non come piccole enclaves fuori da ogni contesto sociale; la maggioranza dei consumatori non si sente coinvolta spesso per motivi egoistici (l’anonimato e la difesa della misera serretta); la fiera nazionale della cannabis non trova una sede per motivi ideologici ed i negozi sono sotto attacco giudiziario. Solo macerie fumanti.

O si cambia o inventiamoci un’altra causa da seguire più soddisfacente e con prospettive di successo. Serve una nuova prospettiva, più legata ai tempi bui che stiamo vivendo che alle ideologie, più concreta e con sex appeal. I soggetti che obiettivamente più hanno tenuto sono i negozi. Seppur pochi, come sottolinea Guido Blumir nel libro allegato a “L’erba proibita”, si sono resi protagonisti della diffusione della cultura della cannabis sensibilizzando i clienti, creando reti territoriali, organizzando manifestazioni, il fattore economico che sta alla base dell’attività commerciale di un canapaio ha permesso una vitalità maggiore. Il nuovo antiproibizionismo deve partire quindi dal soggetto oggi più vitale: il canapaio.

Scomponendo quelli che sono gli elementi che definiscono tale strano negozio si individuano dei ruoli e delle funzioni specifiche: fa commercio e sviluppa l’economia; fa informazione sul corretto uso delle sostanze e quindi fa riduzione del danno; fa indirettamente tutela del consumatore (la scelta tra la robaccia da strada e quella prodotta con amore in una serra); fa opinione perché calato, con una vetrina, in un contesto sociale. Da qui deve partire la ricerca dei nuovi “complici” antiproibizionisti.

Se i canapai sono principalmente dei soggetti economico-commerciali, l’iscrizione alle associazioni di categoria deve essere una necessità. L’iscrizione di massa e concordata ad un’associazione di difesa dei commercianti ha come obiettivo quello di investire l’associazione tutta delle nostre problematiche in un’ottica commerciale anziché da “cronaca nera”. Un’inchiesta assurda come quella della Procura di Ferrara avrebbe assunto contorni ben differenti se ad intervenire a difesa dei canapai fosse stata la Confesercenti…. In piccolo è lobbing. Non è una brutta cosa: i canapai devono essere la punta più avanzata di una lobby economica dichiarata e trasparente e grazie a questa si tratta e si convince.

I canapai hanno il dovere di fare informazione e mettere a conoscenza i clienti sulle tematiche relative alla cannabis e, in generale, al corretto uso delle sostanze. Esistono altri soggetti che svolgono questa funzione: i SerT e le unità di prevenzione, futuri alleati nell’elaborazione del materiale informativo per una laica cultura delle sostanze che le distingua, che distingua inoltre l’uso dall’abuso. La tutela del consumatore è di facile intuizione e, su questa tematica, la ricerca di soggetti coinvolgibili deve avvenire tra le associazioni di tutela dei diritti dei consumatori, alcune delle quali hanno già portato a concretizzazione tale presupposto (“seppur illegale è sempre consumo”) come l’ADUC.

Fa politica dal momento che alza una saracinesca e quindi sensibilizzare il vicinato, rendere più consapevoli i clienti e pretendere di essere parte del tessuto sociale del quartiere in cui si opera sono pratiche da considerare essenziali. Il negozio da solo può molto come centro di aggregazione di soggetti; deve considerarsi inoltre una cellula di un’auspicabile rete unitaria di negozi.
Il CONSORZIO dei Canapai diventa essenziale per la nascita del nuovo antiproibizionismo.

 





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