Mi arriva un invito il cui incipit suonava così: “Chi punk non vesta, male s’infesta”.
Era la mia amica Adele che aveva organizzato una festa in costume, suggerendomi l’abbigliamento con l’ordine perentorio del biglietto.
Alle ore 21 del 2 febbraio 1976 nella taverna della villa paterna, che da un’altura domina tuttora la città, si sarebbe consumato un evento destinato a fare la storia della nostra generazione avellinese.
Gli spazi erano ampi e gli invitati numerosi.
Io avevo sedici anni e quella era forse la mia prima vera occasione per trasgredire un po’; i miei non mi facevano uscire tanto la sera e durante la settimana la ritirata era alle 20. La cosa tra l’altro mi cominciava a pesare, nessuno al Sud cena alle otto, e le abitudini nordiche dei miei mi facevano sentire diversa,a parte l’accento che si stava omologando.
Dunque ero doppiamente emozionata, la festa e la ricerca dell’abbigliamento che mi avrebbe fatto figurare come la più bella delle dark ladies. O almeno questo era nelle mie intenzioni.
Perché le cose non andarono tutte per il verso giusto o almeno per quanto io ricordi. Ricordo i preparativi,i capelli increspati e dorati,le calze a rete nere, spille da balia profuse a piene mani, qualche catena, trucco pesante e rossetto viola, i tacchi. Ricordo la frenesia nel bagno di casa, le amiche.
Quasi tutto fino all’incontro con la mitica Fiat 128 blu e relativo mitico proprietario Costantino.
Fu la prima auto che vidi nello spiazzo di Villa D’Arno dove, appena scesa dalla mia…no, non era la mia macchina, io all’epoca avevo una Vespa 50, ecco non ricordo come sono arrivata lì, ma d’altronde neanche come me ne sono andata…. Dicevo che appena arrivata,fra le note di Sid Vicius e lampioncini colorati intravedo Costantino parcheggiato in auto che mi fa cenno di avvicinarmi. E dire che ero stata avvertita.

Girava voce, ma a me dovette sembrare una leggenda metropolitana, che Costantino avesse sul balcone una pianta che era erba, ma non proprio, non annuale, strana, con la foglia della canapa ma rampicante e rifiorente. Una cosa mai vista dicevano gli amici più grandi, potentissima, a volte allucinogena, un fenomeno da studiare ma dal quale mi sarei dovuta tenere alla larga. Costantino stesso a volte perdeva il senno e coperto da un lenzuolo declamava versi in latino convinto di essere Cesare. Anzi, il Grande Cesare. E infatti non ostante le mie insistenze, non ero stata ammessa alla visione del supposto enorme rampicante né ai relativi dibattiti.
Ero piccola e poi ero donna, non potevo capire.
Piccola? Per strusciarsi durante i balli lenti, toccarti il culo e farti sentire la loro ”durezza”, però non ero piccola (e se non ci stavo, pure bloccata retrograda e conservatrice, borghese si diceva a quei tempi, in tono dispregiativo).
Donna? Con tutti gli imbonimenti femministi di cui mi nutrivo all’epoca… ma come si permettevano di proibire? Io sono mia e mi gestisco io, su questo principio non transigevo. Tutti noi conosciamo i danni del proibizionismo, ma nessuno parla di una sedicenne in fiore che per colpa di una proibizione non si ricorda più della sua prima festa.
Costantino era lì che mi invitava ad entrare in macchina, e per me fu un gesto di sfida più che la reale voglia di provare. Mi fa accendere una grossa canna a tre cartine e lui fa finta di fumare. Io no. Da quel momento il nulla, solo il ricordo della spiacevole sensazione di non conoscere nessuno quando sapevo invece di conoscere tutti e il tragitto fino a casa sdraiata sul sedile di dietro di un’auto di non so chi, in preda a violenti brividi di freddo. L’effetto era durato tre o quattro ore ed era svanito davanti al cancello del parco dove abitavo: chiuso!
Io non avevo le chiavi, di solito c’era una guardia notturna. La stessa che ora mi guardava dal basso. Strana gli sarò sembrata, appollaiata sulle lance del cancello nel tentativo di scavalcarlo, con le calze a rete strappate, i capelli laminati, il trucco nero colato, catene appese e una faccia che non so descrivere.
“So…sono la signorina Bonetti”. “Uè signurì scendete, vi prendo io”

Purtroppo Costantino non è più con noi e quindi nulla si può sapere di più di quello che mi dissero allora gli amici che avevano accesso al suo terrazzo. Sembra che l’avesse trovata in piena terra, spiantata e ripiantata in vaso.
Io posso solo supporre che fosse canapa innestata sul luppolo che è rampicante e perenne, e spiegherebbe così la favola dell’erba che non muore mai. So che sono stati fatti esperimenti in tal senso, ma che non hanno prodotto risultati soddisfacenti. Quando frequentavo l’India venni a conoscenza di una pianta simile che si trovava in Nepal; erano già passati quasi trent’anni dagli eventi raccontati, ma quando un viaggiatore mi raccontò di aver visto con i suoi occhi nella valle di Kathmandu un pergolato di canapa mi fu impossibile non pensare a Cesare che in piedi sul terrazzo, con un lenzuolo bianco e una corona di canapa rampicante in testa, declamava, in latinorum-avellinese, Codici di Diritto Romano.

Racconto di Silvia Bonetti

 





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