IMG1Nel continente americano e anche in Europa nessun’altra industria ha catturato tanta attenzione dei media nella storia recente. Sommando le vendite di cannabis medica e “per adulti” nel solo Colorado si è raggiunto nel 2014 un fatturato di 805 milioni di dollari. Nei prossimi due anni si attende una legalizzazione in altri 8 stati e si stima per il 2018 un giro di affari pari a oltre 10 miliardi di dollari.

CONSUMO MONDIALE. Ecco la hit parade 2014 delle nazioni con maggiore percentuale di consumatori in rapporto alla popolazione: Islanda 18,3%; Zambia 17,7; Stati Uniti 14,8; Italia e Nuova Zelanda 14,6 che battono di poco la Nigeria; Canada 12,2; Spagna 10,6; Australia 10,3, Giamaica 9,8. Vediamo quindi riunito un curioso gruppetto di nazioni del nord e sud del mondo con culture e patologie differenti, accomunate da questa necessità farmacologica. Si può pensare che il 10% della popolazione mondiale sia disponibile a utilizzare cannabis. Il 10% degli adulti sono 500 milioni di persone che possono consumare, 1 grammo al giorno, 5 miliardi di grammi. Che moltiplicati per 10 euro fanno 50 miliardi al giorno bruciati sotto forma di cannabis. Sono più di 18mila miliardi l’anno, equivalenti al PIL dell’Unione Europea. Dati più conservativi indicano un consumo pari al 2,5% della popolazione. Valore economico uguale a un quarto dell’intera produzione industriale europea.

EUROCANNABIS E FILIERA CORTA. Con la eurocannabis e l’americannabis indoor i coltivatori europei riescono ad ottenere margini del 50% grazie all’efficienza delle serre e all’eliminazione dei costi di trasporto. Il valore aggiunto è tale da rendere ragionevole l’impianto di capsule produttive intensive e iperprotette in qualsiasi parte del mondo. Le distanze dal produttore al consumatore si accorciano a spese del narcotraffico ma soprattutto dei coltivatori messicani, marocchini, libanesi, pakistani che guadagnano solo una piccola percentuale sul prezzo del prodotto venduto in occidente, e ora devono riposizionare i loro prodotti sul mercato in uno scenario politico non rassicurante. Esiste oggi in tutta Europa la base di conoscenza e la filiera di produzione per un’eventuale completa indipendenza dalle importazioni di cannabis. Non era questo l’obiettivo dei proibizionisti, ma è ciò che hanno ottenuto. Agli inetti governi europei va bene perché incassano le tasse sui prodotti per la coltivazione della eurocannabis. Vale il 25% del consumo europeo, con punte del 70-80% in Svizzera, Olanda, Regno Unito.

CANNABIS MARTINI COCKTAIL. In Canada si spendono 3 milioni di dollari l’anno in cannabis, contro i 9 milioni in birra. Questa nuova industria è già un terzo del settore birra. Il consumo di sigarette è in costante declino da due decenni e l’industria del tabacco è interessata alla cannabis, come concorrente o materia prima, fin dagli anni ‘70. Il peggiore incubo dell’attivismo mondiale sta per diventare realtà. Impossibile credere che i produttori di alcolici e tabacco restino a guardare un’industria che triplica le sue dimensioni anno dopo anno. L‘industria delle bevande ricreative sta per proporre una riduzione nella quantità di alcol a favore di qualche milligrammo di THC e CBD. Oltre al vino, il continente americano apprezza e importa alcuni liquori tipici italiani. Aspettiamo quindi alla dogana i compatrioti di ritorno dagli States con la valigia piena di TH-Cynar, CB-Di Saronno, Campari Kush e Limoncello Skunk.

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MODELLI LEGISLATIVI. La commercializzazione della cannabis ha anticipato la sua legalizzazione. Il rischio è che quest’accelerata inattesa dalle forze politiche lasci emergere, dopo le peggiori legislazioni proibizioniste, i peggiori modelli di legalizzazione. Sono tre i modelli sperimentati: olandese, vendita legale e produzione illegale; spagnolo, produzione legale e vendita illegale; statunitense, produzione e vendita legali. Questi scenari hanno implicazioni economiche diverse. La quarta via uruguayana di Mujica con cannabis di stato a un dollaro al grammo è tutta da verificare nella sua fattibilità.

IMPLICAZIONI SOCIALI DEL MODELLO USA. Il 20% degli utilizzatori intensivi di cannabis pesano sul mercato per quasi il 70% dei consumi, in uno schema valido anche per i consumatori di tabacco, alcol e farmaci. Allo stesso modo delle società tabacchiere, alcoliste e alchemiche e le società della cannabis cercheranno di fidelizzare ed estendere questa piccola percentuale di consumatori a rischio, dai cui arrivano i maggiori profitti. Ma finché la legge federale statunitense manterrà la cannabis fra le sostanze proibite, la legalizzazione autonoma dei singoli stati impedirà l’ingresso di Big Tobacco nel mercato. Un giorno però la nuova industria si siederà al tavolo di trattativa con il governo e avrà già sufficiente potere economico per promuovere leggi che non vanno necessariamente nella direzione di un uso responsabile. La de-commercializzazione della cannabis sembra ormai impossibile ed è quindi prevedibile che l’Europa subisca il modello americano.

AFFARI LORO. Il modello spagnolo dei cannabis social club evita speculazioni a danno dei consumatori, ma non muove sufficiente denaro perché i poteri industriali e politici si sentano costretti a legalizzare i cannabinoidi per uso responsabile. La normalizzazione modello Colorado, con profitti, tasse e contratti di lavoro, è entrata più facilmente nelle stanze dei bottoni. Ora, non è il pericolo sociale della cannabis normalizzata che i governi non sanno affrontare, ma le modalità di connessione del capitale con un’industria illegale che ha sviluppato processi innovativi e adeguati al grande consumo. Insieme a questa contraddizione andrà risolta la logica che permette anche ai finanzieri e agli imprenditori della cannabis di guadagnare 500 volte più dei loro giardinieri.





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