È fondamentale interrogarci su quanto la paura stia deforman­do la nostra vita e le nostre scelte, e se quel che temiamo di per­dere valga veramente la pena che proviamo nel chinare la testa, nel rinunciare a seguire quello che crediamo giusto o che de­sideriamo.

Il personaggio principale di Storia di un impiegato, l’album di Fabrizio De André dedicato ai movimenti giovanili che dal ’68 alla fine degli anni settanta hanno scosso la vita politica ita­liana, è un uomo che si pone queste domande in ritardo.

L’album è uscito nel 1973, ed è stato il primo in cui De An­dré abbia dichiarato il proprio orientamento politico; prima di allora le sue canzoni erano uno splendido riflesso del cantau­torato francese, elegante e popolare allo stesso tempo. Adesso l’autore genovese affronta direttamente il tema della rivoluzione giovanile, della lotta al sistema: il protagonista dell’album è un uomo ordinario, che non si trova a vivere la sua vita dove vuo­le che sia, ma dove la pista della proprietà e dei ruoli l’ha por­tato. È la paura ad aver costruito le sue scelte, e nulla di quello che vive è realmente frutto di una sua decisione. È un uomo così distante dalle nostre esistenze? Da quanti anni il suo e il nostro mondo s’è ristretto nel bu­gigattolo dell’ufficio, tra la scrivania ingombra e il muro dall’in­tonaco ingrigito? Con quanta cura, la mattina, scivola fuori dal letto per non svegliare la compagna? (E una sveglia non gli serve da anni: ormai è la ripetizione di ogni cosa a farlo alzare puntua­le.) Quante volte ha fissato il suo volto allo specchio, controlla­to la rasatura, indossato la camicia stirata la sera precedente, la solita giacca, il solito nodo alla cravatta? Potremmo essere noi.

Fuori il Maggio francese non vuole smettere di riscalda­re l’aria: da tempo le donne hanno strani monili tra i capelli, sorridono con tranquillità e guardano negli occhi gli uomini. L’impiegato di De André le osserva sulla metropolitana, tiene le mani raccolte tra le cosce, le spalle curve, conta gli anni che lo distanziano da quel mondo: e non ne trova molti, ma ne tro­va abbastanza.

«Eppure i miei trent’anni sono pochi più dei loro», pensa, e questo non gli dà alcun sollievo. L’ufficio è ancora al suo posto, nello stesso quartiere di sempre, allo stesso piano del medesimo edificio. Sarà così anche negli anni successivi, per ogni singolo giorno della sua giovinezza, inoltrandosi nella maturità, fino a costeggiare la vecchiaia: allora la gita sarà finita ed ecco il mo­mento di scendere al molo. Avrà una buona, sicura vecchiaia. È questo che si dice salendo le scale e incrociando gli sguardi dei colleghi. Qualcosa da condividere con i figli, quando ne vorrà avere. Ha ottenuto un buon posto di lavoro. L’ha ottenuto molto presto. Di che dovrebbe lamentarsi? Mentre regola l’altezza del­la sedia e dispone le pratiche sulla scrivania, mentre comincia a «contare i denti ai francobolli», sente cantare in strada, oltre la finestra dell’ufficio. Un corteo, colori, slogan e intorno la cin­ta scura della polizia, gli scudi e i manganelli sollevati, le spal­le affiancate e i fumogeni.

Guarda i manifestanti e pensa che soprattutto le donne, co­raggiose e indipendenti, sono bellissime. Prova a immaginarsi in mezzo a loro, e si sente ridicolo: in piazza dietro la muraglia di caschi, schiacciato dai corpi di chi fugge alle cariche. Sarebbe letteralmente «fuori luogo». Nessuno tra quei ragazzi lo conosce e poi, come dovrebbe vestirsi? In mezzo al corteo sembrerebbe un infiltrato della Digos. Ovviamente verrebbe licenziato: co­me fare a lasciare il posto di lavoro per un motivo simile? E co­me spiegarsi, più tardi, con la compagna?

Il suo ufficio e quella piazza, così vicini fisicamente, non so­no meno distanti di quanto lo siano i manifestanti dai poliziot­ti, e questa considerazione lo fa avvampare di vergogna. Torna al suo posto, ma ormai sente l’asincronia tra ciò che crede giu­sto e quel che accetta di fare: quella sensazione di prossimità con la repressione, l’idea di essere più facilmente assimilabile alla schiera di gendarmi che all’esplosiva giovinezza dei conte­statori, spezza in due la vita del giovane impiegato.

Il personaggio di De André è in carcere. Non si era mai reso conto delle pareti intorno, né si era accorto di quan­to fossero strette e pressanti. Può darsi che anche le nostre vi­te siano rinchiuse nella stessa prigione. Forse stiamo tenendo gli occhi serrati per evitare di dover prendere la decisione di procurarci una lima, progettare un tunnel oltre le mura spes­se. Dire addio ai nostri compagni di cella. Non è il mestiere di impiegato che lo opprime: c’è chi ama la regolare quotidianità di un impiego sicuro. È la paura che gli lega le mani, il terrore di perdere tutto anche se in fondo odia ogni cosa che possie­de: odia le mattine senza sveglia, odia radersi la barba e odia le sue mani curate, allo specchio, mentre stringe il cappio della cravatta. Odia gli sguardi dei colleghi: marciti dalla conviven­za forzata, da rapporti di potere che si divincolano in quel ca­tino d’acqua stagnante che sono le loro vite lavorative. Eppure odiando tutto quel che possiede, non è stato capace di pratica­re l’arte di non avere niente. Non c’è carcere più sfibrante della paura: l’impiegato smette di dormire, viene tormentato da in­cubi apocalittici. Sogna un grande ballo mascherato dove ogni forma di autorità si dimena tra maschere e ridicole formalità: sogna di farli a pezzi con una bomba.
«Ormai sono in ritardo per gli amici» si dice. «Per l’odio po­trei farcela da solo.»

C’è gente in grado di evadere dal carcere della paura. Una volta preso atto delle sbarre e della reclusione, quando l’asincro­nia con se stessi diviene evidente, c’è chi non china il capo per soffocare la coscienza tra i propri averi, non acquista una nuova automobile né si procura un cellulare più potente per dare senso al denaro accumulato a discapito della propria identità: c’è chi viene logorato da una febbre morale, e quella febbre è per queste persone come il tunnel scavato a stento dal carcerato che evade. (…)

Bisogna chiedersi quanto la paura di perdere i nostri averi e i nostri ruoli ci stia costringendo a vivere un’esistenza falsa e vigliacca. Se an­che la nostra quotidianità non sia diventata una scansione di rituali svuotati di senso, che magari qualche anno fa erano ge­sti ed esperienze vive, erano esattamente quel che desiderava­mo per noi e per gli altri, ma che adesso e da un bel po’ hanno perso consistenza.
Non sappiamo più vivere rischiando di perdere quel che pos­sediamo. E forse non è più il tempo del coraggio. Eppure rendersi conto di essere in carcere è già un buon presupposto per l’evasio­ne. Potreste provare a procurarvi un’ora d’aria in più al giorno.
Protestare con il secondino.
Evitare, quantomeno, di far finta che sia il vostro miglior amico.

Estratto da “Less is more” di Salvatore La Porta. Per gentile concessione di © Il Saggiatore 2018





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