Lo scorso mese di dicembre la cannabis light è tornata agli onori della cronaca, oggetto delle bagarre parlamentari che hanno accompagnato l’approvazione della annuale legge di stabilità. Per un attimo abbiamo sperato di assistere anche in Italia a un’inversione di tendenza delle politiche repressive del governo di fronte al grande ritorno della canapa nella nostra economia.

Pare che una frangia dell’attuale maggioranza governativa voglia riconoscere il valore economico e le opportunità di reddito generate da questo settore in crescente ascesa. A metà dicembre, il M5S insieme a PD e LEU ha presentato un subemendamento alla legge di stabilità, approvato nel corso di una seduta notturna, dalla Commissione Bilancio al Senato. La Presidente del Senato ha però ritenuto non ammissibile questo provvedimento.

Abbandonando definitivamente le politiche di contrasto al mercato delle infiorescenze, la proposta allargava la tutela legislativa «alla trasformazione di qualsiasi parte della pianta, compresi i fiori, le foglie, le radici e le resine, nonché alle attività connesse» e ai «preparati contenenti cannabidiolo», legalizzando definitivamente il commercio di cannabis light. Il limite legale sul contenuto di THC nei prodotti derivati dalla canapa veniva fissato allo 0,5 per cento. Era inoltre previsto un regime di tassazione, con imposta di fabbricazione ad hoc. Un primo passo per favorire lo sviluppo della fiorente filiera canapicola italiana.

Il potenziale economico
In effetti, nel 2017 la vendita di cannabis light in Italia ha fatturato circa 40 milioni ed è più che triplicata nel 2018. Il business coinvolge migliaia di commessi, agricoltori e rivenditori. Nel giro di cinque anni risultano aumentati di dieci volte i terreni coltivati a canapa: quasi 4mila ettari nel 2018. Numerosissimi sono gli esperti e le associazioni che si interessano di questa pianta in Italia, così come gli eventi ad essa dedicati.

L’industria italiana dimostra di voler essere ancora all’avanguardia in questo campo, a distanza di decenni dal primato mondiale della canapa italiana. Nel 2018 alcune associazioni di categoria hanno sottoscritto il disciplinare sul fiore di canapa italiano, una guida completa per la coltivazione di infiorescenze di alta qualità nelle regioni d’Italia.

È evidente che l’eccellenza della canapa nostrana meriterebbe di essere valorizzata al pari di altre produzioni agricole italiane rinomate in tutto il mondo, con tanto di certificati e marchi a tutela dell’origine protetta e controllata dei prodotti.

L’oscurantismo culturale
Eppure prevalgono nel nostro ordinamento norme che pongono ostacoli e limitano di molto il potenziale dei canapicoltori e degli imprenditori italiani nella competizione europea e globale. Ad oggi, nulla fa ben sperare nel superamento dell’oscurantismo politico che grava in questo settore.

Il giorno 17 dicembre 2019 durante la discussione sulla citata proposta di “legalizzazione della cannabis light”, dichiarata inammissibile dalla Presidente del Senato, gli onorevoli di centro destra, con le loro manifestazioni di dissenso alla proposta, hanno denigrato tutta l’economia della canapa italiana, senza alcuna cura dei lavoratori che il settore coinvolge.
In realtà non si trattava di legalizzare la canapa, già tutelata e promossa in sede europea, nell’ambito della Politica Agricola Comune. Bisognava unicamente tassare e regolare un settore produttivo in crescita. Invece, nel ringraziare la Presidente Casellati per aver scongiurato un futuro “Stato spacciatore”, il discorso del senatore Matteo Salvini ha sminuito e discriminato nettamente i canapicoltori, che non sarebbero degni di tutela al pari di tutti gli altri – “veri” – agricoltori.

Le ramificazioni produttive dell’industria
Al contrario, si deve tener conto che il mercato della canapa è molto ampio e complesso. Le varie componenti utilizzabili della pianta (biomassa, infiorescenze, semi, fibra) coinvolgono diversi settori economici (es. alimentare, cosmetico, farmaceutico, edile, cartario, energetico, ecc), regolati in maniera autonoma e frammentata.

In campo alimentare, l’industria italiana ha investito finora quasi esclusivamente nei derivati del seme (farine, oli, semi), a causa dell’incertezza normativa sulla possibilità di produrre alimenti utilizzando l’intera biomassa o l’infiorescenza femminile della pianta. Il problema principale è dato dai limiti di THC che possono contenere gli alimenti, non ancora chiaramente definiti dal Ministero della Salute.

Comunque, essendo la canapa una vera e propria pianta officinale, le sue proprietà hanno potenzialità di impiego anche in ambito farmaceutico, nei campi fitoterapico e cosmetico, regolamentati da specifiche discipline di settore.

Peraltro, il tentativo governativo di reprimere la diffusione della pratica di fumare cannabis light collide con alcuni studi scientifici che sostengono la sostituibilità della canapa light al tabacco, sostanza la cui combustione è più dannosa per la salute umana. In generale, il CBD è un elemento le cui potenzialità benefiche per l’uomo possono essere sfruttate anche tramite inalazione, ad esempio per sostituire o tamponare la dipendenza da nicotina o altri principi attivi pericolosi per la salute.
In definitiva, le infinite proprietà dei cannabinoidi contenuti nella pianta, suscettibili di ampio impiego, aumentano in maniera esponenziale il valore economico che è possibile trarre dalla pianta di canapa.

Le istanze provenienti dalla filiera
Nonostante l’estensione ramificata dei mercati legati alla canapa, la sordità delle istituzioni italiane rispetto alle esigenze degli attori economici è lapidaria. Attualmente i problemi principali lamentati dall’industria canapiera riguardano gli scarsi incentivi alla ricerca, matrice dello sviluppo tecnologico: la realizzazione dei siti di trasformazione richiede costosi investimenti e conoscenze altamente specializzate. L’esempio delle politiche francesi a sostegno del settore canapicolo confermano l’assurdità del divario italiano. Oggi la Francia è il principale esportatore mondiale di sementi di canapa e vanta un primato sul mercato europeo grazie agli investimenti nella meccanizzazione dei processi agricoli.

Nel settore delle infiorescenze gli operatori economici italiani sono fortemente scoraggiati dall’attuale incertezza normativa. Anche in questo campo, le istanze principali rivolte al governo riguardano gli incentivi alle attività di ricerca. A tal fine si chiede di rimuovere i limiti alla ricerca varietale, stabilire chiaramente i limiti di THC applicabili, favorire sistemi di tracciabilità dei processi produttivi.

L’insostenibile negazionismo italiano
La chiusura culturale nei confronti della pianta di canapa, causata da decenni di strenuo e illogico proibizionismo, è tuttora sbandierata in Parlamento dai principali partiti di centro destra. Così si negano all’economia italiana opportunità di reddito, a discapito delle competenze e esperienze che possiamo vantare in materia di canapa. L’immobilismo politico italiano risulta ancor più insostenibile se è rapportato al panorama internazionale.

Come sperimentato dagli stati nordamericani, anche alcuni paesi europei hanno mostrato interesse verso i profitti – sia economici che sociali – generabili dall’indotto della canapa senza limiti di THC. Pertanto, ad esempio, altri governi europei come quello del Lussemburgo, hanno deciso di prendere seriamente in considerazione le istanze di piena legalizzazione della pianta di cannabis.
In Italia bisogna dare atto che siamo ben lontani da questi traguardi. Al momento, non si vedono spiragli di luce: in Parlamento, da un lato, chi difendeva l’indotto della canapa legale è stato additato come “drogato”, dall’altro, una recente proposta di legge a firma leghista è volta a introdurre l’arresto obbligatorio e pene più gravi nei casi di violazioni di lieve entità della legge sugli stupefacenti, quali la coltivazione di una piantina di cannabis. Un colpo al cerchio… E l’altro pure.





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