Il nucleare è un tema che da sempre suscita dibattito, tanto più ora che la salvaguardia del clima ci obbliga a trovare fonti di energia alternative ai combustibili fossili. L’Italia si è detta contraria al nucleare anni fa con il referendum del 2011 che ha confermato la decisione già assunta nel 1987, ma a livello europeo la questione è di stretta attualità considerato che bisogna decidere a breve se inserirlo o meno tra le fonti di energia sostenibili, riservandogli quindi degli investimenti.

Dopo aver affrontato l’argomento recentemente con un articolo dal titolo “Sicuri che il nucleare sia pulito?”, che ha scatenato accese reazioni sui nostri canali social, abbiamo invitato Luca Romano, laureato in fisica con un master in giornalismo scientifico conosciuto in Rete come “L’avvocato dell’atomo”, per approfondire alcuni aspetti dell’energia nucleare.

Come più volte detto in passato, per noi la pluralità di opinioni e punti di vista è cosa preziosa e anche in questo caso ci sembra giusto, opportuno e soprattutto utile per i nostri lettori proporre un ulteriore approfondimento sul tema che offra una visione agli antipodi rispetto all’articolo sopra citato.

Al momento due gruppi di esperti indipendenti sono al lavoro per revisionare il rapporto sul nucleare redatto dal Joint Research Centre. Con le attuali tecnologie a disposizioni, puoi spiegare perché i timori su questa fonte di energia sarebbero infondati?
Per capire perché il JRC ha dato parere positivo sul nucleare, bisogna innanzitutto entrare nell’ottica che non esiste un metodo “totalmente pulito” per produrre energia. L’azione dell’uomo ha sempre un impatto sull’ambiente. Anche le energie rinnovabili richiedono minerali che vanno estratti e lavorati; i pannelli solari e le turbine eoliche non durano in eterno e richiedono ampie estensioni di terreno dedicato solo alla produzione di energia; le dighe modificano l’ambiente fluviale laddove vengono costruite, etc. Se si entra in quest’ottica allora il problema del nucleare non diventa più quello di stabilire se abbia un impatto ambientale, bensì quello di analizzare quanto è grande il suo impatto ambientale rispetto a quello delle altre fonti di energia. Se si vanno a vedere i numeri, l’impatto ambientale del nucleare è assolutamente paragonabile a quello delle energie rinnovabili, con l’ulteriore vantaggio che l’atomo non ha il problema dell’intermittenza, che invece è il motivo primario per cui oggi non si può pensare di fare tutto con solare ed eolico.

Scorie. È un falso problema?
Essenzialmente sì. L’Uranio ha una densità energetica altissima (milioni di volte più alta di quella dei combustibili fossili), e questo significa che le scorie che si producono sono volumi estremamente ridotti. Tutte le scorie nucleari prodotte fino ad ora dalle centrali di tutto il mondo riempirebbero un campo da football americano fino a un’altezza di sei metri. A parità di energia, nessun’altra fonte produce così pochi residui. Sono pericolose? Ad oggi non si è mai registrato un singolo caso di malattia o morte dovuto a scorie nucleari di origine civile. Sono radioattive, è vero, e lo resteranno per decine di migliaia di anni, ma esistono sia procedure per lo stoccaggio in sicurezza, che vengono messe in atto con successo in tutti i paesi che adottano il nucleare (e nel mondo sono parecchi), sia procedure per riciclarle. Le scorie nucleari contengono infatti ancora il 97% del potenziale energetico dell’Uranio, quindi potrebbero essere sfruttate per ottenere nuova energia: ad oggi l’unico paese a farlo è la Russia, ma questo è dovuto unicamente a motivazioni economiche. Spesso quando i giornali danno i numeri su questo tema mescolano le scorie nucleari (che sono altamente radioattive e hanno tempi di dimezzamento molto lunghi, ma sono poche) coi rifiuti radioattivi tout-court: questi ultimi vengono prodotti anche dagli ospedali, da alcune industrie e da alcuni centri di ricerca, e, sebbene le quantità siano più importanti, non richiedono di essere stoccati per periodi millenari.

L’altro aspetto che viene spesso citato quando si parla di nucleare è la sicurezza. Come stanno le cose sotto questo punto di vista?Quando si parla di sicurezza bisogna aver presente sempre la differenza tra pericolo e rischio. Il pericolo è il danno potenziale, il rischio è il pericolo moltiplicato per la probabilità che il danno si verifichi. Il pericolo di un incidente nucleare si può dire che sia elevato, sebbene la portata dei disastri di Chernobyl e (soprattutto) Fukushima sia stata largamente esagerata dai media (ad esempio, a Fukushima non ci sono stati morti e l’impatto radiologico sulla popolazione è stato, secondo le agenzie internazionali, impercettibile); il rischio di un incidente nucleare invece è prossimo allo zero, perché le misure di sicurezza oggi sono tali che persino eventi estremi in grado di danneggiare il nocciolo di un reattore non si tradurrebbero in dispersioni di radiazioni all’esterno della centrale. Inoltre, se si considerano i danni che fanno i combustibili fossili in termini di morti per inquinamento e di riscaldamento globale, il nucleare risulta migliaia di volte più sicuro; persino le energie rinnovabili, nel loro insieme, comportano rischi più alti dell’energia nucleare: infatti, anche se tendiamo a dimenticarcelo, i crolli delle dighe possono provocare migliaia, se non decine di migliaia di morti. Dovremmo applicare al nucleare lo stesso raziocinio che applichiamo alle altre tecnologie, e quindi guardare le statistiche e i numeri invece di farci sconvolgere da quei pochi incidenti avvenuti nella storia.

Quali sono gli interessi di chi si oppone al nucleare?
Non tutti quelli che si oppongono al nucleare lo fanno con dei secondi fini, purtroppo. Certamente da parte dell’industria dei combustibili fossili ci sono stati importanti investimenti in campagne di stampa contro l’atomo – negli USA hanno sponsorizzato molte manifestazioni, anche di movimenti ambientalisti – e oggi Forbes stima che la spesa delle compagnie petrolifere in lobbying contro il nucleare abbia ampiamente superato il miliardo di dollari negli ultimi 10 anni, ma sarebbe riduttivo pensare che la paura del nucleare sia dovuta solo a operazioni di marketing della concorrenza.
Purtroppo il nucleare si porta dietro un forte stigma dovuto alla guerra fredda, decenni in cui la parola “nucleare” è stata associata solo a “bomba”, e infatti ancora oggi molte persone sono convinte che le due tecnologie siano contigue (non lo sono più di quanto non lo siano un’automobile e un carro armato); inoltre il nucleare è necessariamente materia per specialisti, e questo fa sì che le persone facciano fatica a fidarsi – intanto perché viviamo in un’epoca di diffidenza verso la scienza in generale (vaccini, 5G, etc.) e poi perché in generale le novità tecnologiche sono sempre state avversate (ai primi del ‘900 giravano degli splendidi volantini contro l’illuminazione elettrica). Infine, nel mondo ambientalista, l’idea di andare avanti solo con energie rinnovabili è particolarmente attraente, perché fa appello allo stereotipo inconscio dell’età dell’oro, dell’armonia tra uomo e natura: solitamente le persone con questo tipo di ideali sono animate da buone intenzioni. Purtroppo, queste ultime non bastano, e per risolvere i problemi ambientali occorre guardare ai numeri e ai dati di fatto: oggi non disponiamo di sistemi di accumulo dell’energia efficienti su scala di rete nazionale o continentale, quindi non possiamo affidarci unicamente a fonti di energia aleatorie. L’idroelettrico e il geotermico non sono presenti ovunque e nei paesi occidentali sono sostanzialmente saturi. Dunque abbiamo bisogno di una fonte di energia stabile e a basse emissioni. Il nucleare ha dei vantaggi enormi dal punto di vista del consumo di suolo (un reattore nucleare fornisce la stessa energia di 100 km quadrati di pannelli solari o 200 km quadrati di pale eoliche), non emette CO2 (il fumo che esce dalle torri di raffreddamento delle centrali è vapore acqueo) e permette di stabilizzare la rete elettrica. Non ha alcun senso escluderlo sulla base di paure irrazionali.

La quantità di energia a basse emissioni di carbonio prodotta a livello mondiale. Fonte: IEA, Global low-carbon power generation by source, 2018





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