Contro-informazione

E se il lavoro potesse essere qualcosa di diverso?

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Se esiste un ambito dell’attività umana nei paesi occidentali, che nel corso degli ultimi decenni è stato più di ogni altro radicalmente rivoluzionato, violentato e trasfigurato, si tratta senza dubbio del “mondo del lavoro”.

Fin dagli albori dell’età moderna e per quasi tutto il corso del ‘900, il lavoro remunerato, sia sotto forma dipendente (operaia e impiegatizia), sia sotto forma imprenditoriale (artigianato, commercio e industria) ha costituito la spina dorsale sulla quale ogni nuova generazione costruiva le proprie prospettive di futuro. Una sorta di tronco intorno ai cui rami affastellano le foglie dell’esistenza, talvolta destinato a trasformarsi in un albero rigoglioso, più spesso in nulla più che una piantina ordinaria. Volendo semplificare al massimo, spesso in base alle disponibilità familiari, i giovani studiavano per conseguire titoli che permettessero loro di esercitare una professione, o spesso già durante la scuola dell’obbligo iniziavano ad apprendere un qualche mestiere. In seguito iniziavano la propria attività lavorativa, che in maniera tutto sommato lineare li portava a costruire una più o meno fulgida carriera, attraverso la quale ottenere un certo grado d’indipendenza economica, costruire una famiglia, garantirsi una vecchiaia il più possibile economicamente serena e via discorrendo.

In alcuni casi l’attività lavorativa costituiva un qualcosa di gratificante in grado di arricchire il valore dell’esistenza, collimando con gli interessi personali, molto spesso al contrario si trattava di un mero sacrificio (talvolta logorante ed estremamente pesante) necessario unicamente per riuscire a vivere. Sempre e comunque rappresentava nonostante tutto un punto fermo essenziale e per molti versi rassicurante al quale aggrapparsi.

Oggi, nella società della delocalizzazione selvaggia, del precariato assunto a regola, della flessibilità esasperata e del dumping sociale, non esistono più alberi, così come non esistono più prospettive di carriera, occupazioni continuative e prospettive di futuro. Nella distesa di cemento in cui prospera il potere immanente dell’oligarchia bancaria e delle multinazionali, esistono solamente scampoli occupazionali con salari (o redditi) del tutto inadeguati al costo della vita, attraverso i quali giovani e meno giovani tentano di sopravvivere, con l’ausilio (laddove a differenza dell’Italia esiste) di un qualche reddito di cittadinanza che lenisca una situazione tanto caotica quanto disastrosa.

Giunti ad un tale punto di devastazione, l’unica reale prospettiva può sembrare quella di trasformarsi in schiavi rassegnati che mendicano un sussidio per sopravvivere in catene, così come ci hanno voluti. Ma forse proprio dal buio più assoluto potrebbe nascere qualcosa di totalmente nuovo. Perché non tentare di affrancarsi dal ruolo di tubo digerente della macchina del consumo? Reinterpretare il senso del lavoro in chiave di valorizzazione delle proprie qualità e dei propri interessi, anziché come imposizione meccanica alienante. Perché non uscire completamente dagli schemi e dal recinto in cui ci hanno confinato? Non avendo più nulla da perdere, varrebbe sicuramente la pena di tentare.





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