215L’Italia  fu da subito molto ricettiva per quanto riguarda la cultura Rave. A livello musicale, sul finire degli anni ’80, il Bel Paese già si era distinto nel circuito elettronico, facendo conoscersi e, soprattutto, facendo ballare le dancefloor delle disco più in voga in quel periodo. La famigerata “Happy Spaghetti” o “Spaghetti House”, esportata in tutto il globo, aveva l’epicentro – e con quel nome non poteva essere diversamente – proprio nella nazione a forma di stivale.

Con una serie di azzeccatissimi remake di pezzi famosi, pescati un po’ ovunque tra il 1960 e gli anni ‘80, personaggi come Digital Boy, Black box, F.P.I. Project, vissero una vera e propria “golden age”. Per capire meglio la portata di tale scena, pensate che un guru della musica come Afrika Bambaataa aka Kevin Donovan, rapper e dj statunitense padrino della Zulu Nation, si traferì per un periodo in Italia dove, con il team tutto italiano D.F.C. (Dance Floor Corporation), mise a segno un altro bel colpo, con il pezzo “Just get up and dance”, costruito appositamente intorno alla figura dello storico musicista.

Le label erano tutte concentrate nel nord Italia, tranne la U.M.M., acronimo che sta per Underground Music Movement, a sua volta ispirata dalla storica Underground Resistance di Detroit, che altro non era che una sotto etichetta della Flying Records di base a Napoli.

Tornando alla Rave culture, fra le prime storiche date c’è il 1° giugno 1990, giorno del “The Rose Rave”, nei pressi di Aprilia. Il dj Lory D., importantissimo nella scena, che negli anni avrebbe fondato la famigerata, soprattutto all’estero, etichetta S.N.S. (Sound Never Seen), già era presente in quell’occasione. Ricordo che, nonostante l’organizzazione di questi mega-eventi, si muovesse ancora in ambito legale, qualche giorno dopo aver ospitato il Rose Rave, la discoteca “Doing” si vide mettere i sigilli dalle forze dell’ordine.

Nel settembre dello stesso anno, in un enorme parco all’interno di Villa Medicea, nel cuore del Mugello, fu la volta del “World Beat Dance Festival”, il secondo mega raduno made in Italy. Stavolta ci scappò il morto, visto che, quasi da subito, queste feste venivano frequentate da ciarpame coatto, fascistelli e ultrà delle varie curve italiane. I giornali ovviamente innescarono la solita bomba mediatica per criminalizzare tutto e tutti: la musica, i ravers, le droghe e chi più ne ha più ne metta.

A questo linciaggio mediatico, e non solo, si rispose qualche mese dopo organizzando “Stop the Violence”, in concomitanza con la giornata mondiale di sensibilizzazione sull’A.I.D.S. Nei dintorni di Roma, precisamente sulla Pontina, a Borgo Sabotino, migliaia di persone questa volta ballarono pacificamente i mix del solito Lory D, di Blackbox e della guest star newyorkese Frankie Bones.

Malgrado la festa sopracitata, dove si respirò un clima solidale, di tolleranza e divertimento, nell’inverno ’90-’91 la situazione stava cambiando radicalmente; si susseguirono tantissimi Rave con migliaia di persone al seguito. Trasformandosi sempre di più in luoghi dove rivendicare assurde territorialità, quelle feste altro non erano diventate che scuse dove poter dare sfogo alla propria rabbia e frustrazione. Comitive di ogni quartiere, composte esclusivamente da ragazzi, perché nel frattempo la presenza femminile era praticamente scomparsa, andavano a ballare non aspettando altro che mettere mani, borchie, cinte e coltelli addosso a qualcun altro.

Mentre nel resto d’Europa la scena Rave prendeva sempre più spazio, quella italiana, per qualche anno, è stata dominata soltanto da questi individui. E proprio per rivendicare il fatto che la musica non può appartenere a nessuna bandiera, tanto meno a quella nera, che si cominciarono ad organizzare feste completamente illegali dove, oltre a rivendicare la piena libertà individuale, si voleva anche far chiarezza riguardo il concetto di RAVE, da considerarsi come atto sovversivo, azione diretta, come riappropriazione di luoghi una volta appartenuti al lavoro salariale, e quindi allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e che invece ora diventavano spazi di libertà, uguaglianza e orizzontalità. Mentre nei circuiti maistream quindi si andavano affermando dj come Lory D., Leo Anibaldi (ACV) e Andrea Benedetti, parallelamente iniziò a nascere una vera e propria scena “illegal”, composta da persone provenienti dalle aree antagoniste italiane. Il fulcro di tutto questo, neanche a dirlo, fu ancora una volta Roma.

Il primo disordine metropolitano completamente autogestito avvenne il 25 dicembre del 1993. Di lì a poco, si organizzarono “feste libere” sempre più spesso, dove ognuno vestiva come voleva e non c’erano né barriere ideologiche, né di sesso né di razza. Gay, punk, queer, raver, lesbiche, coatti, insieme ma senza intenti maneschi; tutti uniti, empatici e sotto cassa a ballare.

Grazie anche a personaggi come Hakim Bey*, che con il suo libro “T.A.Z. – Temporary autonomous zone, Ontological Anarchy, Poetic Terrorism“ (1991) mise i puntini sulle “i” per quanto riguardava il significato di organizzare “FREE PARTY”, diventò chiaro che un Rave era qualcosa di profondamente anarchico. Altro che “Techno balilla” e remix di “Faccetta nera”*.

*Peter Lamborn Wilson, al secolo Hakim Bey, è nato a New York nel 1945. Scrittore, saggista e poeta statunitense, ha trascorso diversi anni in Oriente, in paesi come India, Afghanistan e Iran. Mistico sufi, è da sempre considerato un person aggio molto particolare e alquanto misterioso, anche dallo stesso ambiente anarchico a cui appartiene. Oltre a T.A.Z., ha prodotto numerosi scritti, sulle utopie pirata, sulla teoria del caos, oltre che a numerosi saggi sul Sufismo, su Gabriele D’Annunzio, sulla pederastia ed altri temi controversi.
* Nel periodo di massima negatività, durante le feste cominciarono a circolare versioni house di “Faccetta nera”, ed altre tracce chiaramente destrofile, prima fra tutte “Technobalilla”.

Alessandro Kola

 

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