La pirateria nel Golfo di Guinea non è mai morta. Negli anni, le gang di pirati somali e nigeriani hanno guadagnato decine di milioni di dollari da riscatti e dirottamenti delle flotte commerciali, e i provvedimenti militari adottati finora, dimostratisi estremamente efficaci contro le bande dell’Oceano Indiano, non hanno sortito gli stessi effetti in Africa, dove il fenomeno ha anzi visto una crescita costante e si è persino tradotto nella fondazione di una “borsa valori dei pirati” ad Haradera, in Somalia, nel 2009.

Il 2021 potrebbe però essere l’anno della svolta. A maggio, il Comitato per la Sicurezza Marittima dell’International Maritime Organization (IMO) ha presentato il testo della Dichiarazione del Golfo di Guinea, che mira a una riduzione sostanziale delle attività di pirateria nel Golfo di Guinea nei prossimi due anni tramite costanti azioni militari nell’area e che conta per ora 430 firmatari tra stati sovrani, organizzazioni internazionali e compagnie di trasporto marittimo, diverse delle quali di bandiera italiana.

Nel Golfo di Guinea…  gli attacchi non si sono mai fermati e sono in costante crescita. Dal delta del Niger i pirati attaccano le navi mercantili prendendo in ostaggio gli equipaggi” ha affermato Carlo Cameli, della Confederazione Italiana Armatori, “Il 95% dei rapimenti di equipaggi avviene nel Golfo di Guinea, rendendo ormai la situazione insostenibile. Sulla base delle esperienze maturate in Somalia e in altre regioni, lo shipping mondiale ritiene che disporre di unità militari navali, anche di Paesi che non si affacciano sul Golfo di Guinea, sia il modo più efficace non solo per prevenire attacchi di pirateria e rapimenti di marittimi ma addirittura per ridurre il fenomeno fino all’80% entro la fine del 2023.”

Il primo testo presentato dall’IMO è stato accolto con grande favore dai firmatari, ma si tratta in realtà di un provvedimento ancora non sufficiente. La dichiarazione è infatti un’espressione temporanea della volontà e urgenza delle compagnie marittime di trovare soluzioni definitive al problema della pirateria nel golfo con future azioni militari e pattuizioni che portino risultati non solo di ampio respiro ma anche nel breve termine e che soprattutto prevedano un maggior numero di sforzi a livello internazionale.

Secondo la BIMCO (Baltic International and Maritime Council), principale organizzazione internazionale di rappresentanza degli armatori, in passato gli interventi di stati come Nigeria e Somalia si sono infatti rivelati a lungo andare inefficaci, e “saranno necessari diversi anni prima che questi paesi possano occuparsi efficacemente del problema”. La soluzione proposta per il periodo ad interim sarebbe la presenza di singole flotte schierate a rotazione dagli stati militarmente più avanzati tra i firmatari, flotte che, secondo le stime dell’organizzazione, potrebbero essere composte anche da due sole fregate, due elicotteri e un velivolo per pattugliare la zona.

Il fenomeno della pirateria non può però essere combattuto solo con interventi militari. Per gli abitanti del delta del Niger unirsi alle gang locali rappresenta infatti un’occasione che pochi possono permettersi di perdere. Dove lo stato è assente arrivano spesso i pirati, che offrono lavori ben retribuiti e finanziano con i bottini raccolti la costruzione di infrastrutture pubbliche, rappresentando spesso l’unica risposta per i cittadini locali, colpiti da alti tassi di povertà e di disoccupazione.





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