Non si ferma la ricerca sulla bioplastica di canapa del gruppo The Eyes Republic nato nel bellunese: dopo quella ottenuta tramite procedimenti meccanici, è arrivata Hempatica, il nuovo materiale bioplastico ottenuto dal canapulo cellulosico della canapa.

Parliamo di un gruppo veneto di professionisti che riunisce piccoli produttori e designer di occhiali e accessori e che ha scelto di lavorare utilizzando materiali che rispettino le persone e l’ambiente, e che siano quindi biocompatibili, biodegradabili, biocompostabili e soprattutto provenienti da fonti esclusivamente organiche e rinnovabili.

“Avevamo già creato un materiale plastico a base di canapa, utilizzando prevalentemente dei procedimenti meccanici”, racconta Stefano Vanin, tra i fondatori del progetto, specificando che: “Il passo successivo è stato quello di industrializzare il processo per ottenere una bioplastica a partire dal canapulo trasformandolo prima in nano-cellulosa e poi acetandolo una sola volta, con dei passaggi chimici necessari. Anche qui abbiamo scelto la via vegetale con acidi naturali derivati dal cardo o dal geranio, ne utilizziamo uno solo all’interno di vasche particolari con l’utilizzo di ultrasuoni, e abbiamo infine questo prodotto che tecnicamente è un monoacetato di cellulosa: l’abbiamo brevettato col nome di Hempatica”.

Un prodotto, mille utilizzi

Gli usi di Hempatica possono essere infiniti, perché può rimpiazzare diversi tipi di plastica attualmente in uso, dipende dall’utilizzo finale e dalla durata necessaria, visto che è possibile trattarlo per allungare i tempi della biodegradabilità. Si possono fare lastre trasparenti per vetrate, lenti per gli occhiali, astucci, parti plastiche per i computer o per gli schermi, lampade, o anche materiali tecnici. “Ad esempio – specifica Vanin – un materiale anti-usura per coprire certe parti di certi macchinari, o all’interno del settore della domotica può diventare un materiale che va a sostituire tutte le parti plastiche come le prese di corrente.
Bisogna inoltre considerare le proprietà fisiche e meccaniche della cellulosa di canapa, per esempio la superconduttività elettrica superiore al silicio, la resistenza alla trazione superiore di 500 volte all’acciaio che aprono infinite possibilità di impieghi in microelettronica, elettronica di consumo, micromeccanica e settori ancora inesplorati.

La destinazione di Hempatica per la prima fase è quella di oggetti indossabili, anche per motivi di salute, visto che è un prodotto che non rilascia microplastiche dannose. “Abbiamo già realizzato degli occhiali che possiamo colorare con qualsiasi declinazione, e il prodotto può essere anche accoppiato con altri polimeri tramite iniezione”, puntualizza Roberto Perazza, che lavora al progetto.

I primi prodotti che saranno lanciati sul mercato sono appunto gli occhiali, che saranno sul mercato a partire da febbraio, e delle scatolette per prodotti cosmetici americani che lanceranno sul mercato una crema particolare a base di CBD.

Il futuro della bioplastica di canapa

Visti i passi in avanti del gruppo, la domanda è se secondo loro si arriverà ad ottenere un materiale a base di canapa che possa sostituire ad esempio il PET usato per le bottiglie, oppure la plastica filmabile utilizzata per il packaging, altro settore che concerne anche la nostra salute. La risposta di Vanin è che: “Ci stiamo provando. Il tema è che la nostra bioplastica, così come altre sul mercato anche da altri fonti vegetali, sono costose. La bottiglia di polietilene costa attualmente 0,50 centesimi al kg. Un kg di canapa grezza trasformata in acetato pronta per fare il prodotto costa 7 euro al kg”.

Certo è che, se le applicazioni industriali della canapa crescessero, e in particolare il segmento della cellulosa e delle fibre ad uso tessile sui quali in Europa ci sono vari progetti, le dinamiche cambierebbero. “Sarà possibile arrivare ad un punto in cui si faranno anche film a base di canapa se i regimi industriali aumenteranno rendendo così maggiormente disponibile anche la materia prima di partenza”.

La chiave è la creazione e l’implementazione di filiere locali integrandole con quelle dei vari territori. “Noi siamo tra i primi in Italia ad immaginare una vera e propria dimensione industriale, partendo dalla filiera locale che abbiamo costituito con raccoglitori e trasformatori, che si estende fino in Friuli e anche in Slovenia, anche se i passaggi sono ancora frammentati. Ecco perché i nostri sforzi vanno nella direzione di creare una bio-raffineria, in cui svolgere tutti i processi internamente, per fare un prodotto quasi a chilometro zero. Se tutto andrà come pensiamo nel giro di un anno l’avremo messa in piedi. È un progetto industriale flessibile e replicabile su scala locale in qualsiasi località o regione dove si possa organizzare una filiera di coltivazione-raccolta-trasformazione, per esempio nelle provincie a vocazione canapaia storica. Basterebbe scorrere gli oronimi di 10mila è più località che traggono il loro nome dalla canapa, dal Piemonte al Veneto, dal Friuli alla Sicilia”.





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